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27/03/2016 06:08

EVENTO

Guido Carli, le idee e la speranza

Il 5 maggio a Montecitorio la settima edizione del Premio dedicato al Governatore della Banca d’Italia. La nipote Francesca Romana: "Ha saputo reinterpretare l’economia intuendo l’evoluzione"

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«Romana, la speranza è un rischio da correre» le diceva Guido Carli, un uomo all’antica ma straordinariamente moderno. E oggi Romana, a più di cento anni dalla nascita di questo uomo tanto importante, suo nonno, e in occasione del Premio Guido Carli, che porta il suo nome, giunto alla sua Settima Edizione, sceglie di parlare: alle sue speranze. Che sono anche le nostre. Bisogna credere nelle idee e nel futuro, nonostante tutto, perché «il genio dell’invenzione si sviluppa in finezza sotto la costrizione dell’aumento del rischio». E la sfida si ripete.

Romana, cosa è un ricordo?

«Un ricordo è una presenza che non ti abbandona mai. Qualcosa che ti fa piangere o sorridere. Provare tenerezza e, alle volte, farti sperare che chi ci ha lasciato sia a ncora lì con noi. Io avendo i genitori separati sono cresciuta fin da piccola con i miei nonni nella loro casa di piazza Borghese d’inverno, nella villa ai Castelli, d’estate, quindi i ricordi sono tantissimi. Dai più banali: il profumo della crostata di visciole che mi faceva trovare nonna Maria al ritorno da scuola (dopo facevamo i compiti insieme), all’enorme pecorella di zucchero che a Pasqua mi regalava nonno Guido, sapendo che ne andavo matta. O le nuotate con lui nella piscina della Banca d’Italia, i nostri momenti di relax. Nonno era un grande nuotatore. Da lui ho preso le spalle larghe e forti, in tutti sensi. Ai ricordi brutti non voglio pensare. Posso dire che il Premio Carli nasce proprio da un ricordo. Una mattina mi sono detta: se penso sempre ai nonni la sera, prima di addormentarmi e la mattina, al risveglio, è giusto che io condivida questo sentimento con tanta altra gente. E così è stato. Ho fondato l’associazione "Guido e Maria Carli", e poi, con l’aiuto di Gianni Letta, è nato il Premio».

Un compleanno di tuo nonno di cui hai memoria in modo intenso, caldo, vivo oltre la morte?

«C’è un compleanno che ricordo bene, è stato uno degli ultimi prima della sua scomparsa il 23 aprile del ’93. Credo nonno compisse 74 anni. Lo trovai alle sei del mattino già in piedi: prima di leggere i quotidiani italiani (tutti) iniziava la sua giornata con il francese Le Monde e il tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung. La sera prima, rincasato a tarda notte dopo un viaggio, io ero ai piedi del suo letto e lui con Tolstoj in lingua originale. Quando io ancora teen ager gli chiedevo "Nonno perché leggi tanto e pure nel giorno del tuo compleanno?" lui mi rispondeva in un modo che capisco appieno solo oggi "Perché la cultura è il più grande investimento di capitali umani"».

Consigli o diktat darebbe Carli ai giovani di oggi?

«Mio nonno non era tipo da diktat; puntava più all’esempio che alle parole. Io, nell’età dell’adolescenza, gli lanciavo duemila provocazioni, dicendogli: "nonno mi hanno chiamato a Miss Italia, ci vado? Nonno quando avrò 18 anni voterò Partito Comunista". Lui non mi ha mai dato imposizioni, non era uno severo, rimaneva impassibile. Quello che ha insegnato ai giovani, ai suoi nipoti, a me, è stato il rigore morale, senza mai dirmi cosa fare e cosa no. Era molto aperto ai giovani e ai lavori di squadra, che io ho fatto nei miei primi anni di carriera ma che poi non ho più trovato. Mi ha insegnato una lezione importante: è meglio avere una buona squadra, fidarsi delle persone. Da soli non si va da nessuna parte!».

Qual è l’eredità emotiva che ti ha lasciato nonno Carli? «Ricordo che scherzando dicevo spesso a nonno: "Ho letto che sei il primo contribuente italiano, allora sei l'uomo più ricco?", "Forse solo il più onesto", rispondeva lui. Ed è per questo che come dico scherzando con gli amici l’unica cosa (materiale) che ho ricevuto in eredità è stata l’asma. La sua eredità spirituale è enorme e mi accompagna giorno per giorno. Mio nonno (laureato sia in giurisprudenza che in economia) ha saputo reinterpretare l’economia presagendone l’evoluzione, sostenendo che ogni strumento perfino il più tecnico, ha bisogno di un’anima. Che lui ne avesse una, bellissima, lo dimostra l’ultima frase che mi disse prima di morire citando Ghandi: "La vita non è aspettare che passi la tempesta ma imparare a ballare sotto la pioggia"».

Veronica Meddi






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