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Quella marcia su Roma che spaccò in due la Storia

28 ottobre 1922. Fu un atto strategico rivoluzionario. Ancora oggi è la metafora dei «brutti, sporchi e cattivi»

Quella marcia su Roma che spaccò in due la Storia

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La storia è tale quando i fatti, per dirla con il poeta americano Vachel Lindsay, vivono nell’umanità più che vivere in un nome. E questo accade quando un avvenimento è così significativo da sprigionare uno spirito declinabile nella vita di tutti i giorni, figlio di un valore da ridurre o ingrandire in scala. Capita così che le nostre vite comuni siano piene di passaggi del Rubicone, prese della Bastiglia, cariche di Balaclava e marce su Roma. Attimi in cui, jungerianamente parlando, la ribellione o il tentativo disperato diventano condizione stessa di esistenza e senti l’istinto irrefrenabile ad andare a riprendere ciò che è tuo. Perché o lo fai o non vivi. C’è sempre un contenuto eroico in quei momenti di rottura che la storia ci rende. A uso e consumo, la maggior parte delle volte, solo dei brutti e cattivi. Di quelli che fanno sempre il lavoro sporco.

È la ragion per cui, a 92 anni dalla marcia su Roma, ci troviamo ancora immersi in un Paese dove il pugno chiuso delle vive e operanti Brigate Rosse è memoria e il saluto romano per commemorare i defunti "della parte sbagliata" è reato. Quand’è così, la cultura, che in senso profondo è la sensibilità verso il presente e il passato, muore. E allora il più grande e doveroso atto di ribellione è rompere quel velo vischioso del politicamente corretto che avvolge una parte della storia. E magari far parlare, per una volta, i fatti.

Provò a farlo Renzo De Felice, che per primo, scrivendo del Ventennio negli anni ‘60, sfidò non senza (proprio) danno la storiografia dei vincitori, pur provenendo egli stesso da sinistra. E così, nel volumetto "Breve storia del fascismo", fruibile ai più, tratteggia la marcia su Roma per quello che costituiva veramente, cioè un’operazione di ingegneria politica dove la dirompenza del gesto rivoluzionario fu solo la punta dell’iceberg di una ben articolata strategia condotta da Benito Mussolini nei mesi precedenti a quell’ottobre del 1922. Quello che sarebbe poi diventato il Duce si insinuò tra le debolezze di un establishment liberale che ormai campava di rendite di posizione ed era dilaniato da rivalità interne, dialogando pure, per far esplodere le contraddizioni di una classe dirigente politica che non aveva più nulla da dire. Bluffò, sedusse, e alla fine riuscì ad ottenere il risultato. Oggi noto più per il significato metaforico in sé che per la sua complessità. La violazione di Roma in quanto centro di potere, culla di privilegi, forziere di benefici. Roma cuore di pietra (e di tenebra) di una cultura millenaria. È per questo che su Roma vogliono marciarci tutti. Da Grillo (l’utilizzo disinvolto dell’immagine creò qualche problemino, lo scorso anno, durante l’elezione del Presidente della Repubblica) alla Lega. Fino, in una dimensione di apocalittica colonizzazione fisica, sanguinaria e teocratica, l’Isis. Terrorismo islamico a parte, il rischio di modellare a portata di slogan un fatto che, nel bene o nel male ha cambiato il corso della storia di un Paese, non fa bene né alla storia stessa né a chi con troppa disinvoltura ne parla. È un po’ come spacciare per il Colosseo uno di quei tanti, inutili souvenir di plastica destinati a finire in cantina a prendere polvere.

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