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Bukowsky e quell'amore maledetto

Nella graphic novel l'eleganza e la disperazione di un grande autore Per lui il luogo migliore nel quale vivere era la prigione: tutto gratis

Ioho preso parecchie lauree». Parola di Charles Bukowski, poeta e scrittore nato in Germania, ma diventato subito statunitense, una vita racchiusa tra il 1920 e il 1994: settantaquattro anni di disavventure, amarezze, orrori. Eppure una vita che affascina: ogni sua parola è una profezia di quel «realismo sporco» che ha pervaso gli anni Ottanta. Bukowski, uno al quale l'appellativo «poeta maledetto» andava stretto. Tutto quello che ha riguardato l'uomo e il «filosofo» Bukowski è «maledetto». Lui, con i suoi sei romanzi, le centinaia di racconti, memorabile la raccolta «Storie di ordinaria follia», dell'81 dalla quale Marco Ferreri trasse un bellissimo film, e le migliaia di poesie, per un totale di oltre sessanta libri, è riuscito a trovare una maledizione per ogni cosa. Un'altra delle sue considerazioni brucianti: «Non ho mai trovato un vero amico. Con le donne, ogni volta era una nuova speranza, ma quello succedeva i primi tempi. Lo capii subito, smisi di cercare la "ragazza dei sogni"; me ne bastava una che non fosse un incubo». Difficile trovare una foto, un'immagine di Charles Bukowski nella quale non sia totalmente, imbarazzantemente ubriaco, sporco, dilaniato. Eppure era un uomo di eccezionale eleganza, uno, a modo suo, di grande buon senso. E non potrebbe essere altrimenti, se no non sarebbe sfuggito a quel lavoro da impiegato di un ufficio postale che gli pesava come una condanna. Non sarebbe potuto diventare il mito di una generazione e il profeta del crepuscolo del Novecento. Bukowski era ed è, con le sue opere, un grande. E questa grandezza, elegante e misurata, l'ha colta un bravo cartoonist italiano, Flavio Montelli, che ha portato in libreria la graphic novel «Goodbye Bukowski», un'opera in un rigoroso bianco e nero che richiama stilisticamente fumetti americani che, probabilmente, Bukowski lesse: Chester Gould, Al Capp. Sul blog dell'autore si legge: «L'idea di fare un fumetto sulla vita di Charles Bukowski risale al lontano 2004, quando avevo vent'anni. Tra una cosa e l'altra, l'ho cominciato nel 2009 e finito nella primavera 2012». E ancora: «Da più giovane lavorai per alcune riviste come vignettista. Ma erano riviste piccoline e locali. Direi alquanto sconosciute al grande pubblico. Quindi non sarebbe errato dire che provengo dall'undergound. "Goodbye Bukowski" è il mio primo lavoro che esce dall'Emilia-Romagna per arrivare anche alle altre regioni d'Italia». Bukowski dagli Usa all'Italia passando per la terra del Lambrusco. C'è qualcosa di coerente in questo. «Vuoi sentirti sicuro? - diceva il vecchio Charles - La sicurezza si può avere in galera. Tre metri quadrati tutti per te senza affitto da pagare, senza conti della luce e del telefono, senza tasse, senza alimenti. Senza multe. Senza fermi per guida in stato di ubriachezza. Cure mediche gratuite». Ha molto da insegnarci Bukowski: «Tutti dobbiamo morire, tutti quanti, che circo! Non fosse che per questo dovremmo amarci e invece no, siamo schiacciati dalle banalità, siamo divorati dal nulla».

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