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Curzio Malaparte e la guerra contro Cristo

{{IMG_SX}} Dobbiamo credere a Curzio Malaparte? Nato a Prato nel 1898 e morto a Roma nel 1957, "sfrenato arrivista", personalità camaleontica, l'aveva definito Gramsci, nel periodo del trasformismo "fascista" e così Montale alla sua morte, nell'articolo dalla fortunata formula L'Arcitaliano: "Un italiano di buona, eccellente qualità, a prima vista". Ma "quante fratture e quale contraddizioni simulava". Contraddizioni e fratture felicemente fuse, tra visionarietà e tragico violento realismo, nel suo capolavoro La pelle, pubblicato sessanta anni orsono, contemporaneamente in Francia e, con un piccolo editore, in Italia (utile a questo proposito nel recente volume nel 2008 della Olschki editore "La Bourse des ideés du monde", Malaparte e la Francia, la testimonianza del noto saggista, italianista e scrittore francese Dominique Fernandez). Ricorrendo spesso all'iperbole, a continui riferimenti letterari e pittorici, Curzio Malaparte descrive, con l'indubbia capacità di creare miti, e in fin dei conti, trasmettendo per intero l'orrore di quella realtà, con momenti di pietas autentica, la Napoli occupata dalla truppe di liberazione alleate, attirandosi le aspre critiche degli scrittori napoletani, Domenico Rea su tutti.

Attraverso dodici capitoli, quadri a se stanti, infarciti da racconti nel racconto, concludendo con l' arrivo delle truppe alleate a Roma e il suo ritorno a Prato, Malaparte si spinge nelle zone off limits, dove il corpo, la pelle, diventa quotidiano mercimonio: "In breve tempo, tranne poche strade del centro, tutta la città fu dichiarata Off limits. Ma le zone più frequentate dai liberatori erano proprio quelle off limits, cioè quelle più infette e vietate", in cui regna un morbo non meno orribile delle epidemie medievali, ma che non corrompeva solo il corpo ma l'anima, così che "la più spaventosa prostituzione aveva portato la vergogna in ogni tugurio, in ogni palazzo". La vera e unica patria è la nostra pelle, conta solo la pelle, in questa Europa martoriata e senza Dio, grida Malaparte: "Voi non immaginate neppure di cosa sia capace un uomo, di quali eroismi e di quali infamie sia capace, per salvar la pelle".

Tra gli episodi più memorabili il ricordo dell'uomo schiacciato dal carro armato, dalla cui pelle si ricava una orribile bandiera, il celeberrimo capitolo della Vergine di Napoli a cui i soldati americani, a turno, con qualche misero spicciolo, posso infilare un dito, per constatarne l'impudica purezza, l'eruzione del Vesuvio che "gridava orribilmente nelle tenebre rosse di quella spaventosa notte" con l'esplosione di gioia popolare al ritorno del sole. La visione di una natura sublime diviene straziante, "delicata e crudele", rosso e tenero come la pelle di un bambino, proprio nell'episodio dei fanciulli che, per la prima volta a Napoli, si vendono alle truppe di liberazione. Attanagliato dalla fame e dalla miseria, il popolo, nella visione malapartiana, mantiene un incedibile diritto a non sentirsi vinto, adulando e commerciando col vincitore, conservando una straziata e paradossale religiosità, dentro un teatro di guerra inteso da Malaparte non contro gli uomini, ma contro Cristo: "Esser cristiano voleva dire essere un traditore, poiché quella sudicia guerra non era una guerra contro gli uomini ma contro Cristo. Da quattro anni vedevo torme di uomini armati andar cercando Cristo, come il cacciatore va contro la selvaggina stanare Cristo, per ammazzarlo come un cane arrabbiato. Ma ero rimasto cristiano".

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