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Zaccagnini, l'idolo-boomerang del segretario del Pd

In verità, a quel congresso, che aveva raccolto nel palazzetto romano dello sport 738 delegati in rappresentanza di 1.721.500 iscritti, il moroteo Zaccagnini era arrivato già da segretario, ma con una investitura provvisoria. L'aveva ottenuta otto mesi prima, il 25 luglio 1975, dal Consiglio Nazionale, di cui era presidente, proprio in vista del congresso. Era appena caduta l'ultima segreteria di Amintore Fanfani, già indebolita dalla sconfitta nel referendum del 1974 sul divorzio, travolta infine dalle elezioni regionali ed amministrative dell'anno successivo. La Dc era scesa al 35,3 per cento dei voti e il Pci era salito al 33,4 per cento. La distanza di soli due punti tra i due partiti che dal 1948 si contendevano il governo del Paese aveva imbaldanzito i comunisti e seminato il panico fra i democristiani e, più in generale, fra gli elettori moderati.


Il congresso, cominciato il 18 marzo, fu di una turbolenza mai vista sino ad allora nella storia della Dc. Nella seconda giornata Remo Gaspari, più volte interrotto durante il suo intervento pur favorevole al segretario, protestò per la presenza di molti "attivisti comunisti" fra gli invitati. Seguirono tumulti durante i quali due giornalisti furono scambiati per infiltrati e percossi dagli uomini del servizio d'ordine.


Le operazioni conclusive di voto,avviate poco prima della mezzanotte del 23 marzo,durarono quasi cinque ore. All'alba del 24 fu annunciata la vittoria del segretario uscente con 885 mila voti congressuali espressi da 375 delegati: quelli delle correnti di sinistra, di Aldo Moro, di Paolo Emilio Taviani e degli ormai ex dorotei di Mariano Rumor ed Emilio Colombo. L'antagonista Arnaldo Forlani, sostenuto dai dorotei di Flaminio Piccoli e Antonio Bisaglia, dai fanfaniani e dagli amici di Giulio Andreotti, raccolse 831.500 voti espressi da 362 delegati, tredici in meno degli altri. Ma lo schieramento di Forlani risultò poi in maggioranza nel nuovo Consiglio Nazionale, dove il 14 aprile con 100 voti su 181 fu eletto presidente Fanfani, che essendo anche presidente del Senato dopo un po' passò la mano a Moro.


In attesa dei risultati congressuali, trascorsi buona parte di quella notte raccogliendo confidenze e sfoghi di Oscar Luigi Scalfaro, che sperava in una elezione di Forlani per evitare,con una vittoria di Zaccagnini, "cose inconsulte". Che in qualche modo avvertii direttamente dopo la proclamazione dei risultati, quando andai a recuperare la macchina al parcheggio per tornare a casa. Fui riconosciuto e apostrofato da un gruppo di delegati in festa per l'esito del voto, ma chiaramente insoddisfatti dei miei commenti pubblicati durante il congresso sul Giornale diretto da Indro Montanelli. Uno di loro mi gridò, mentre gli altri ridevano: "Ora è finita per voi borghesi". Eppure, dopo soli tre mesi, nelle elezioni anticipate del 20 giugno, avremmo dato un aiuto decisivo alla Dc con il famoso invito montanelliano a votarla "turandosi il naso", pur di evitare il sorpasso dei comunisti. Lo scudo crociato, a spese dei suoi alleati laici, risalì al 38,7 per cento raddoppiando le distanze dal Pci, che pure era cresciuto di un altro punto ancora rispetto alle elezioni regionali dell'anno precedente.


Confidai dopo qualche giorno a Scalfaro quel grido contro "voi borghesi". Ne rimase turbato, non immaginando neppure lui i cambiamenti ai quali era destinato. Oggi, grazie ai meriti acquisiti come presidente della Repubblica dal 1992 al 1999, egli è il democristiano più amato da comunisti, post-comunisti e simili, portato in piazza il 12 febbraio scorso da Veltroni come un campione per arringare il pubblico contro Berlusconi in nome della Costituzione. Fra i democristiani passati a miglior vita, il più amato dalla sinistra è invece Zaccagnini, ancora rimpianto per essere stato, di tutti i segretari della Dc, il più collaborativo con il Pci, ben oltre le attese e le raccomandazioni del suo ex capocorrente Moro. Il quale, stritolato tra la ferocia dei terroristi che lo avevano sequestrato e il rifiuto dei comunisti di tentarne il rilascio con qualche iniziativa umanitaria, lo definì in una delle sue drammatiche lettere dalla prigione delle brigate rosse "il peggiore segretario della Dc". Lo ha impietosamente ricordato in questi giorni Francesco Cossiga commentando lo zaccagninismo appena rivendicato da Franceschini.


Ma già prima di trovarsi nelle terribili condizioni di un sequestrato condannato a morte, Moro si era pentito della fiducia riposta in Zaccagnini. Ne aveva, per esempio, contestato nelle riunioni di vertice della Dc, pochi giorni prima di essere tragicamente rapito, la disponibilità ad accogliere la richiesta dei comunisti, in cambio della loro fiducia parlamentare, di escludere dal nuovo governo che Andreotti si accingeva a formare i ministri democristiani uscenti Carlo Donat-Cattin e Antonio Bisaglia. La loro conferma fu imposta da Moro proprio per contenere le pretese del Pci, che ne rimase talmente irritato da decidere di tirarsi clamorosamente indietro nel dibattito sulla fiducia fissato per il 16 marzo. Esso accordò ugualmente l'appoggio al governo solo per l'emergenza sopraggiunta con il sequestro, proprio la mattina di quel giorno, dello sfortunato presidente della Dc.

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