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Camilleri: «Travet della scrittura Brunetta mi darebbe la medaglia»

Che diventa regolarmente autostrada, perché lo porta dritto in cima alla classifica di vendite. È successo anche a «Un sabato, con gli amici» (Mondadori). Titolo bonario. E invece: non è un Montalbano. Non è neanche un libro storico. È un racconto duro, sugli scheletri nell'armadio, sulle ferite dell'anima che non si rimarginano mai. Otto amici d'infanzia si riuniscono a cena, ormai uomini e donne maturi, vita borghese, liscia liscia. Pare. Capita invece che durante il fatale convivio un fatto scoperchi il marcio in loro, gli abissi della crudeltà e della sofferenza. Che Camilleri racconta in algido italiano, con impianto teatrale: due parti come due atti, dialoghi netti, simili a battute.
Camilleri, come le è frullata in testa, questa storia così poco alla Camilleri?
«Da un discorso tra amici sui ricordi dell'infanzia. Perché, sa?, esiste la presbiopia della memoria. A una certa età si ricordano benissimo le cose lontane e male quelle vicine. Dunque, io rammento quando, a tre anni, mio nonno mi teneva sulle ginocchia e facevamo il gioco della comparsa e della ricomparsa. Davanti a uno specchio, mi tirava giù e io scomparivo, mi tirava su e io rispuntavo. Ho lavorato su questo ricordo e ho avuto voglia di centrare un libro sul ruolo che svolge nell'intera esistenza ciò che si vive da piccoli. La ricomparsa di un personaggio tra gli otto amici fa da catalizzatore dei ricordi. Così ho definito l'impianto del romanzo. Infanzia all'inizio e alla fine, disvelamento al centro».
Addio anche al «camillerese», il dialetto di Vìgata. Come si è trovato a maneggiare l'italiano?
«L'italiano borghese di "Un sabato" m'è venuto naturale. Anzi, mi è piaciuto, scriverlo. Come se a forza di usare il mio idioma di fantasia facessi comunque una riflessione sul linguaggio codificato. Un esercizio lungo, quello con l'italiano. E ritorna la mia infanzia. Vissuta nel dialetto, mentre i miei mi ammonivano "parla italiano". Sa come si diceva, allora? "L'italiano si conosce co 'o culo", l'italiano si impara a forza di calci nel sedere».
Ma non è che ha narrato una vicenda tanto amara perché è di umor nero?
«Per niente. Io di fronte ai periodi bui ho sempre reagito in maniera positiva. È stata piuttosto un'esplorazione nel fondo dell'anima. Materia spiacevole da trattare. Confesso che mi ha dato fastidio. Ma che vuole, a 83 anni ci si stufa di fare sempre le stesse cose. Così mi sono detto: proviamo 'sta viuzza».
È andata bene.
«Non mi aspettavo che questo strano libro avesse successo. Immaginavo mettesse disagio. Invece è piaciuto, anche ai giovani. Me lo dice il mio blog».
Addio Montalbano?
«Macché. Sellerio ha già pronti altri quattro libri col commissario e altri tre sono romanzi storici. "Il nipote del Negus" parte da una storia autentica, capitata a inizio secolo a Caltanissetta. C'era una grande scuola mineraria, vi si iscrisse il nipote del negus. Un vitellone, che ne combinò di tutti i colori, quasi da far scoppiare una guerra con l'Etiopia».
Lei prende spunto da documenti, da giornali d'epoca.
«Mi intriga. Un altro libro pronto si chiama "La setta degli angeli". Uno scandalo in Sicilia nel 1901. Intervenne pure don Sturzo. Fu causato da un gruppo di preti che, per usufruire delle grazie di giovani spose, le circuiscono con pratiche strane, esorcismi. Un avvocato con una serie di articoli alza il velo. Viene emarginato, costretto a "emigrare" in America».
Come mai scrive tanto?
«Non posso farne a meno. Alle storie penso mentre passeggio, fumo, mangio. Mi alzo alle sei, alle sette e mezza sono al computer, scrivo fino alle dieci. Il pomeriggio rivedo quanto buttato giù la mattina. Un impiegato della scrittura. Brunetta mi darebbe la medaglia d'oro. Non credo nell'ispirazione, ma nell'esercizio. Certe mattine non mi viene niente, allora scrivo una lettera. L'estro arriva alla tastiera. Il racconto si fa da sé».

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