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Il Crocifisso di Michelangelo, che tormentone

Sulla piazza, il manifesto annunciava «Il Michelangelo ritrovato». Invece dentro la Camera, Sala della Regina, la targhetta messa accanto alla statuina di 41,3 centimetri attestava un «attribuito a Michelangelo». Già, attribuito a Michelangelo, non di Michelangelo. Nonostante i pareri di Antonio Paolucci, Cristina Acidini, Giancarlo Gentilini, il compianto Federico Zeri, fior di studiosi che propendevano per l'autenticità dell'opera. Della quale non si sapeva nulla, tranne che l'aveva un antiquario torinese, il Gallino, che a sua volta l'aveva comprata da un antiquario. Questo giornale, con Maurizio Marini, sostenne da subito che «la sculturina» non era dell'artista della Pietà, argomentando che tutt'al più si trattava di un bel lavoro di tardo Quattrocento. E che era stata pagata il triplo del suo valore. (Oggi Marini presume che «la policromia sia ben più tarda del Quattrocento, donde s'impone un'analisi scientifica»).
Apriti cielo. Nel giorno dell'inaugurazione a Montecitorio sussurri e grida contro l'idea di Marini. Vittorio Sgarbi asserì: «Un Michelangelo comprato al prezzo di un Sansovino». Ieri il critico è tornato sul «dubbio insolubile» del Crocifisso. Ritenendo «legittime e prevedibili le perplessità» avanzate recentemente da Paola Barocchi, della Normale di Pisa». Maurizio Marini gongola.Li. Lom.

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