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Spinosa, storico e gentiluomo

Aveva ottantacinque anni e ha chiuso gli occhi nella sua casa, a Roma. L'ha portato via la vecchiaia, l'«acciacco inevitabile» che aveva fermato, ma solo negli ultimi anni, la sua prolifica penna.
Spinosa era uno di quei galantuomini di un'Italia che si è rarefatta. Ed era posseduto dal demone del giornalismo. Che da Ceprano, la città del Frusinate dove nacque nel giugno del 1923, lo portò, dopo gli studi classici e la laurea, nei grandi quotidiani. Al «Corriere della Sera» divenne inviato speciale. E lo fece anche ne «Il Giornale» di Indro Montanelli. Poi il salto e le maggiori responsabilità, la direzione del «Nuovo Roma», della «Gazzetta del Mezzogiorno» e dell'Agenzia Italia. La capacità comunicativa lo fece approdare anche in Rai, dove inventò, si può dire, un genere, assumendosi la responsabilità della programmazione di «Videosapere».
Al gusto della notizia Spinosa affiancò poi quello della ricerca storica e della narrazione. E fu una svolta importante, con la sequela di biografie, tutte edite da Mondadori. Libri da leggere tutti d'un fiato, come romanzi. Mondadori non azzardava, con lui. Ogni uscita un successo, coronato dal balzo in vetta alla classifica della vendite. Amava chiamarsi «narratore di storia», Spinosa. E con questa etichetta vinse numerosi premi letterari, l'Estense, il Saint Vincent, il Bancarella. Mancò d'un soffio lo Strega, nel 1996, dopo assere entrato in cinquina.
Riconoscimenti comunque superati dalla sua popolarità anche televisiva. Che lo vedeva spesso nei salotti dei talk-show. Oppure a raccontare i personaggi del passato usciti dalla sua penna. Uomini e donne fatali, in una cavalcata nei secoli storia che partiva da Roma antica e arrivava fino a Mussolini. I titoli dei suoi libri la dicono lunga sullo Spinosa «narratore di storia», e, in qualche modo, affabulatore, grazie anche al fiuto di vecchia volpe del giornalismo che non lo abbandonò mai: «Tiberio, l'imperatore che non amava Roma», «Augusto, il grande baro», «D'Annunzio, il poeta armato«, «Edda, una tragedia italiana», «Napoleone, il flagello d'Italia», «Luigi XVI, l'ultimo sole di Versailles», «Mussolini, il fascino di un dittatore».
Era affettuoso e amava avere affetto, Antonio Spinosa. Considerava sacra l'amicizia. Al punto da rimanerci male, se chi considerava suo amico tardava a telefonargli. Sicché fu il più grande regalo per lui la festa per gli ottanta anni che Mondadori gli organizzò a sorpresa nella sede romana, a via Sicilia. C'era Gian Arturo Ferrari e con lui tutti i volti cari a Spinosa. Col sorriso di quel giorno, io che ho raccolto tante volte i suoi entusiasmi, i suoi consigli e i suoi sfoghi voglio ricordarlo.

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