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Con Obama Lincoln non c'entra

Con Obama Lincoln non c'entra

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Le ragioni di questo accostamento sono evidenti, dal momento che l'elezione del primo presidente statunitense nero presenta (pur tra incognite di vario genere) una svolta simbolica molto importante rispetto a una storia segnata da schiavitù e segregazione razziale, in cui Lincoln ha giocato un ruolo fondamentale.


L'avvento alla presidenza di un uomo il cui padre veniva dal Kenya ha così contribuito a rinvigorire quella lettura retorica che fa di Lincoln un intrepido difensore degli oppressi e un campione della libertà. Il fatto che egli sia stato ucciso per mano di un fanatico ha egualmente contributo alla creazione di tale mito. Eppure non mancano letture molto critiche nei riguardi di questo politico americano.


In primo luogo, è del tutto evidente che l'agiografia deforma i fatti e finisce soprattutto per fraintendere il quadro entro cui ha luogo la scelta di Lincoln di abolire la schiavitù. Perché mentre sono esistiti coerenti e coraggiosi combattenti abolizionisti, sia neri che bianchi (un nome per tutti, quello di William Lloyd Garrison), Lincoln giunge a quella scelta sulla base di un freddo calcolo politico entro un conflitto - quello tra Nord e Sud - che lo vede schierato dalla parte del primo. E se da tempo gli stati del Nord, grazie allo sviluppo industriale, avevano sviluppato un'economia che non aveva più alcun bisogno del lavoro degli schiavi, ben differente era la realtà del Sud.


Per giunta, Lincoln non è soltanto un partigiano del Nord industriale contro il Sud agricolo: egli è pure un nazionalista ossessionato dal timore di veder dissolversi la federazione americana. Per capire come le ragioni non fossero per nulla tutte con il potere centrale è sufficiente leggere un bel volume di Alberto Pasolini Zanelli ("Dalla parte di Lee", edito da Leonardo Facco), che offre un ritratto non convenzionale della guerra di secessione americana.


D'altro canto vi sono dichiarazioni ben note agli studiosi (la lettera a Horace Greely del 22 agosto 1862, ad esempio) in cui il presidente Lincoln afferma come il suo unico vero obiettivo sia la salvaguardia dell'unità: se per raggiungere tale obiettivo è necessario liberare gli schiavi, lo si deve fare; e se viceversa è opportuno non mettere in discussione tale istituto, conviene allora lasciare i neri nel loro stato di soggezione. Raffigurato quale generoso liberatore degli americani di pelle nera, Lincoln fu insomma un leader che aveva a cuore ben altro e che per giunta era pronto a compiere scelte estreme pur di raggiungere i propri obiettivi.


Inoltre, egli è stato il primo responsabile di una catastrofe umanitaria senza eguali nella storia americana. Quando nel 1861 alcuni stati del Sud, persuasi di essere nel loro pieno diritto, dichiarano l'indipendenza da Washington, Lincoln si oppone a questa "emancipazione" delle realtà meridionali e dà inizio a un conflitto terribile, nel corso del quale perderanno la vita più di 600 mila persone.


Sulle numerose ombre della figura di Lincoln insiste un volume che ha avuto un notevole successo nel mondo di lingua inglese, "Il vero Lincoln", scritto dall'economista liberale Tom DiLorenzo. Il libro ha anche il merito di collocare l'esperienza della guerra civile americana in un quadro più ampio, che vede in tutto l'Occidente il declino dei temi liberali e l'avvento di logiche nazionaliste. D'altra parte, il duro conflitto scatenato dall'esercito nordista ha luogo - grosso modo - negli anni che vedono l'unificazione italiana realizzata dagli eserciti di Casa Savoia e di Giuseppe Garibaldi, ma anche la conquista prussiana delle molte realtà indipendenti di cui, a metà Ottocento, si componeva il mondo tedesco.


Se agli occhi di un numero crescente di storici il mito di Lincoln sembra perdere brillantezza, allora, è perché quanto di meglio egli ha realizzato (l'abolizione della schiavitù) non era certo in cima ai suoi progetti, e soprattutto sarebbe potuto essere ottenuto in tempi ragionevoli, come è avvenuto un poco ovunque in altri Paesi, anche senza la morte di centinaia di migliaia di persone.


Per giunta, come sottolinea con forza Jeffrey Hummel in un suo testo significativamente intitolato "Liberare gli schiavi, schiavizzare gli uomini liberi", il fatto di essere arrivati all'abolizione della schiavitù in quel modo, e solo entro un progetto volto a costruire la "nazione americana", ha minato alla radice le istituzioni degli Stati Uniti. Per i Padri Fondatori, l'America doveva essere una terra di libertà in cui comunità indipendenti intrattenessero rapporti volontariamente scelti e sulla base di patti che andavano definiti e ridefiniti. Agli occhi di un uomo come Thomas Jefferson, l'autore della Dichiarazione d'Indipendenza, sarebbe apparso criminale quanto fu invece realizzato dall'esercito inviato da Lincoln con l'obiettivo di obbligare i sudisti ad accettare un'unità politica che ormai avevano deciso di rigettare.


Nei campi di battaglia della guerra scatenata da Lincoln, allora, non muoiono solo migliaia di uomini di ogni razza e ideale. Muore anche quell'America veramente federale che era nata da una guerra di indipendenza (dalla Madrepatria inglese) e che con la repressione della libertà degli Stati del Sud muta, una volta per tutte, la propria natura.

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