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Roma futurista

Roma vuol fare le cose in grande per il centenario del Futurismo. Ha messo in cantiere 46 eventi, una kermesse che durerà tre mesi. Gongola l'assessore Croppi nell'annunciare la grande bouffe e con lui Bonito Oliva. Il critico cura al Macro Future la rassegna «Futurismo Manifesto 100x100» e si affretta, lui che è nato da una costola della sinistra, a ricordare quanto Gramsci ammirasse Marinetti (perbacco, quel Filippo Tommaso che aderì al fascismo e che Gramsci non incontrò mai). Del resto, a celebrare i cantori della «guerra, sola igiene del mondo» era stato chiamato anche Renato Nicolini, l'architetto comunista che inventò l'estate romana. «Una collaborazione non andata in porto - ha spiegato Croppi, parecchio criticato a destra per la scelta coraggiosa - Avevamo a disposizione poco temnpo e il progetto di Nicolini era troppo complesso».
Insomma, questo futurismo relegato dagli anni Cinquanta in un cantuccio, schifato dall'intellighentia di sinistra, dai Guttuso e C. si prende la rivincita e diventa bipartisan. E che la capitale debba fargli corposo omaggio è doveroso. «Roma e Milano furono i due scenari del futurismo», sottolinea Gino Agnese, presidente della Fondazione Quadriennale nonché il biografo di Marinetti e di Boccioni. E infatti Marinetti si trasferisce nella Capitale all'inizio degli anni Venti prendendo casa in piazza Adriana 11. Sempre a Roma c'è il leader della seconda stagione futurista, Prampolini, c'è Balla, fedele al movimento fino agli anni Trenta. «Se si tiene conto che Boccioni e Sant'Elia sono morti, che Sironi aderisce a Novecento di Margherita Sarfatti, che Carrà cambia strada e Severini resta a Parigi, non resta dubbio che la Capitale sia il palcoscenico del secondo futurismo, caratterizzato soprattutto dall'aeropittura», spiega ancora Agnese. Nella città Marinetti fa nascere anche due riviste, «Roma Futurista» - che dirige con Bottai - e «Futurismo», che esce negli anni Trenta.
Peccato allora che la mostra-clou delle celebrazioni capitoline, «Avanguardia, Avanguardie», si fermi al primo futurismo, al 1915. È la versione italiana della rassegna già allestita al Centre Pompidou di Parigi e che andrà poi alla Tate Modern di Londra. Già alla vernice nella Ville Lumière, l'autunno scorso, molti arricciarono il naso sulla scelta restrittiva, giustificata dal fatto che i cugini francesi volevano privilegiare la stagione parigina del movimento. E però Ester Coen, commissario dell'evento per l'Italia, se l'è cavata rispondendo che lei si occupa delle avanguardie, dunque di quel che avvenne sul panorama artistico europeo entro il 1915.
Così il secondo futurismo, quello romano doc, potremo andarlo a cercare in due iniziative: il documentario «Futurismo», prodotto dalla Quadriennale in collaborazione con Teche Rai e Istituto Luce, che sarà in proiezione continua al Palaexpò per tutta la durata delle celebrazioni. E il volume «I futuristi e la Quadriennale», edito da Electa e in uscita a febbraio, che raccoglie 250 opere e quanto i futuristi portarono al Palazzo delle Esposizioni nelle edizioni del '31, del '35, del '39 e del '43.

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