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Il canto stonato di Gino Paoli

Il canto stonato di Gino Paoli

Gino Paoli

Così, senza tanti giri di parole, mi sembra vergognosa la canzone «Il pettirosso» inserita nell'ultimo album di Gino Paoli. Un cantautore che ci ha fatto emozionare. In questo caso, crediamo, ha voluto provocare. Comunque, parlare di temi sui quali non ci sono e non ci possono essere opinioni o diversi punti di vista. Uno stupro è da condannare, sempre e comunque. Se poi la vittima della violenza, come nel caso della canzone, ha undici anni e l'orco è un anziano, alla condanna si unisce la rabbia, l'indignazione.

Il brano invece cerca di spiegare, ha il tono di una canzone d'amore, con il carnefice quasi giustificato nel non capire la differenza tra bene e male e la bambina che sa perdonare con una carezza. E così il violento diventa quasi vittima. No, non ci siamo proprio. Il messaggio è devastante, perché lascia spazio alla comprensione. Sembra quasi di ascoltare quei lugubri proclami di pedofili che giustificano le loro nefandezze con un presunto amore per i bambini. Quale amore? La pedofilia è una vergogna dell'umanità. Non va mai compresa. Bisogna combatterla con la legge, ma c'è anche una battaglia culturale che ci chiama tutti a una maggiore responsabilità, tanto più grande quanto maggiore è la nostra capacità di incidere sulle idee degli altri.

Paoli non può essere esente da questo. Né trincerarsi dietro la libertà dell'artista. Non può non sapere che il suo messaggio va a contrastare e - data la forza dell'espressione e dell'autore - ad annullare lo sforzo di chi è impegnato a combattere la pedofilia. In quella canzone non si celebra l'amore, ma la violenza su una bambina che nella realtà non è in grado di perdonare e di assolvere, ma che vedrà la sua vita cambiata. Come può un cantante, un artista, un uomo che ha avuto responsabilità nella società, come Paoli, non accorgersene? Come può non pensare che di fatti come quello che racconta ne accadono troppi? La libertà non può mai arrivare a giustificare sopraffazione e violenza, soprattutto contro chi non può difendersi.

Non basta dire: è solo una canzone. Perché talvolta, e soprattutto nelle fasce culturalmente più deboli, le parole delle canzoni prendono il posto di frasi più meditate e originali. Così accade anche per i concetti. La canzone di un cantante popolare può incidere più di tanti discorsi e libri. La pedofilia non ha proprio bisogno di propaganda. Anche se non è nelle intenzioni di Paoli, questo rischia di essere il risultato. La commissione parlamentare compierà i suoi passi, le discussioni si sprecheranno. Ma ci piacerebbe pensare che sia proprio Paoli a fare marcia indietro ammettendo l'errore. Può succedere anche ai grandi di sbagliare, si è ancora più grandi quando lo si ammette.

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