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Lidia Lombardi l.lombardi@iltempo.it Il soldato yankee, il ...

E loro scavano tra i calcinacci, le pietre. A mani nude.
È una dei 14 milioni e mezzo di immagini da oggi disponibili presso l'Archivio Centrale dello Stato. Un magazzino sconfinato di fotogrammi in 16 millimetri, la memoria di quando toccammo il fondo e nello stesso tempo cominciammo a rivivere, Achtung, paisà, Roma città aperta, i ragazzi di Salò, il piano Marshall. C'è tutto questo nell'archivio in microfilm dell'Acc (Allied Control Commission) che operò in Italia dal 1943 ai primi anni del 1947 e che ora è interamente consultabile appunto presso l'Archivio Centrale dello Stato (in piazza degli Archivi 27). Un'operazione cominciata oltre vent'anni fa, commissionando al Nara (National Archives and Records Administration) la riproduzione dei documenti. Per la microfilmatura l'amministrazione archivistica dello Stato ha speso tre milioni e 280 mila euro.
Dagli anni Ottanta a oggi, intanto, l'informatica ha fatto passi da gigante, sicché la realizzazione delle pellicole è andata di pari passo con la produzione di strumenti di ricerca consultabili on line. Significa che al termine della trasposizione digitale del microfilm sarà possibile accedere all'intero fondo.
Di più. È stato nel frattempo realizzato un catalogo a stampa delle 506 pellicole cinematografiche girate in Italia e negli Stati Uniti dall'United States Information Service (Usis) che operò a Trieste ben oltre il 1954, l'anno di restituzione della città di Svevo all'Italia. Quei filmati, da poco ritrovati, avevano lo scopo di sostenere l'attività di propaganda del Piano Marshall. Anche in questo caso documenti di grande interesse ma anche uno spaccato d'epoca. Un pezzo della nostra memoria che va a ingrossare l'Archivio dello Stato.
Questa sconfinata antologia sarà oggi oggetto di una giornata di studio su «L'Italia e gli alleati: 1943-1954». Sarà una carrellata degli storici sui nostri anni cruciali e sulla nascita della Repubblica. Tra essi Ruggero Ranieri, che dirige la Fondazione perugina intitolata a Uguccione Ranieri di Sorbello, giornalista, scrittore e diplomatico. Un «pozzo» di libri, opere d'arte, documenti che hanno prodotto studi e volumi sugli ultimi anni della seconda guerra mondiale in Italia.
Racconta Ruggero Ranieri, che stamattina terrà la relazione su «I beni culturali nell'Italia occupata»: «Dalle foto e dalle carte degli archivi alleati si ricavano storie esemplari su questo tema poco indagato. Eccone una. Firenze, estate 1944. Ponti lungo l'Arno minati dai tedeschi per rallentare l'avanzata delle truppe angloamericane. Macerie sulle strade. Anche quelle, per esempio, dell'Accademia della Colombaia, ricca di manoscritti preziosissimi. A un ufficiale americano, Frederic Hartt, che poi sarebbe diventato importante storico dell'arte, viene affidato il compito di trovare e salvare, tra i cumuli di detriti, quanto più potesse della antica raccolta. Hartt comincia a scavare con una squadra composta di soldati alleati e di volontari italiani. Ogni oggetto rinveuto ha il sapore della conquista, da consegnare poi ai restauratori del Bel Paese. Ma l'entusiasmo si frena quando arrivano gli ufficiali del Genio britannico incaricati di ripristinare le tubature. Non vanno per il sottile, usano un bulldozer proprio là dove Hartt e i suoi cercano con le mani, per non perdere del tutto quello che già le bombe hanno semidistrutto. Ne scaturisce una rissa tra gli americani del Mfaa (Monument Fine Arts and Archives) e gli inglesi, che protestano: "Ce ne freghiamo dell'arte, con le vostre antichità ci state mettendo a rischio la salvezza dell'esercito". Deve intervenire il generale responsabile. Che impone l'"armistizio", delimitando il raggio d'azione del bulldozer e quello degli "archeologi". Ecco quanto può uscire dagli archivi. Come quello che la Fondazione da me presieduta ha appena comprato da Washington. Con immagini e testi su tutto il patrimonio italiano durante la guerra».

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