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"Tornammo affamati dalla Russia <br/>e i partigiani ci sputarono addosso"

Per la spedizione, battezzata «Operazione Barbarossa» e voluta fortissimamente da Mussolini, lasciarono l'Italia in 220mila. Tornarono poco più della metà. Gli altri furono uccisi dalle pallottole e dalle bombe in trincea, dalla fame e dal freddo durante la ritirata nella neve, oppure morirono nei lager sovietici.
Lui, Giustino Ceccarelli, romano, «classe 1917», fu più fortunato. Nè il Generale Inverno, né i cosacchi si presero la sua vita e Giustino rientrò nella Capitale nell'ottobre del '43. Ma non fu un ritorno trionfale. Non solo perché la campagna era stata fallimentare malgrado i numerosi episodi d'eroismo, specialmente degli alpini. Ma perché nel frattempo le cose nella Penisola erano cambiate. E alla stazione di Ferrara il «caloroso benvenuto» dei partigiani ai fanti dell'81° Reggimento fanteria della divisione Torino fu una raffica di sputi sui finestrini. Per questo, quando Giustino, che per 70 anni ha lavorato nella sua edicola in piazza Cavour e oggi vive vicino Macerata, ha letto su «Il Tempo» la testimonianza di un reduce suo coetaneo, ha preso carta e penna e ci ha scritto. «Lo faccio spesso - ha spiegato - ma questa volta, in particolare, m'era venuto in mente l'aneddoto di Ferrara e ho voluto renderlo noto. Anche perché si dicono un sacco di cose sulla Resistenza, ma se non c'erano gli americani i signori tedeschi oggi stavano a prende' il sole a Capri...».


Che cosa accadde prima della campagna russa, signor Ceccarelli?


«Ci fu l'attacco alla Francia, ma non erano combattimenti veri e propri. Poi ci portarono in Jugoslavia e sostenemmo alcune scaramucce con i partigiani titini. Rimasti fermi sette-otto mesi vicino a Spalato, ci fecero rientrare a Roma per organizzare la spedizione in Russia».


Quindi?


«Il 17 luglio del 1941 siamo partiti dalla stazione Ostiense. Stavamo in 40 in un vagone-merci: un bel viaggio...! Dopo l'Austria e la Romania abbiamo fatto centinaia di chilometri a piedi per raggiungere il fronte. Eravamo una divisione autotrasportabile ma, dopo le prime pioggie, le camionette si sono impantanate e abbiamo dovuto proseguire con i nostri mezzi, cioè le gambe».


Una volta arrivati?


«Prima del Don c'era un altro fiume, ora non ricordo il nome. Il ponte era stato semidistrutto dall'artiglieria sovietica e così gli uomini dell'ottavo Genio Pontieri di Roma hanno costruito un ponte di barche. Però, dall'altra parte c'erano i katiusha, quelli che stanno a butta' adesso quegli imbecilli giu...».


In Palestina...


«Sì».


E rimaneste bloccati.


«Per più di un anno. Ci dividemmo in gruppi e trovammo rifugio nelle baite».
Faceva freddo... «L'inverno russo bisogna provarlo. Avevamo finito le lamette e la barba lunga diventava un ghiacciolo. Quando gli occhi lacrimavano, le palpebre si incollavano l'una all'altra».


Non avevate neanche l'attrezzatura adeguata.


«Avevamo divise leggere, da parata. La guardia durava al massimo mezz'ora per evitare assideramenti e chi non era di turno prestava il suo cappotto alle sentinelle. È stato tutto un colossale sbaglio. Per non parlare del dopo. A me m'hanno dato cinque lire di "liquidazione", se so' sprecati...».


Lei ha combattuto?


«Io, sinceramente, non ho sparato un colpo».


E al ritorno che cosa è successo?


«Il 12 ottobre è il mio compleanno. Ed è anche il mio giorno fortunato. Quel giorno del '42 mi fecero sapere che mio padre stava morendo e che potevo tornare in Italia in licenza. Diciamo che ho salvato la pelle con la morte di papà. Dopo la sua scomparsa, avvenuta a novembre, dovevo rientrare in Russia. Ma ci bloccarono per strada perché la situazione era insostenibile. A Tarvisio ci fermammo un po' per la quarantena e fummo ripuliti e spidocchiati».


E dopo?


«Poco prima di Ferrara, il comandante ci disse di non aprire i finestrini. "Non so neanch'io perché ma eseguite gli ordini", aggiunse».


Era per la prevista accoglienza dei partigiani.


«Esatto. Erano tutti molto giovani, la maggior parte adolescenti. Schierati su due file ai lati del treno, il fazzoletto rosso intorno al collo, il mitra a tracolla. E riempirono di velenosa saliva i finestrini».


E voi?


«Noi battevamo i pugni sul vetro in segno di protesta».


Nessuno reagì in modo più "brusco"?


«C'era da scendere e affrontarli. Ma eravamo disarmati, non avevamo neanche un temperino. Che avremmo dovuto fare: combattere a mani nude contro i mitra?».


Ma per lei la guerra non era ancora finita.


«Mi mandarono in Sicilia. Anche lì, però, i rapporti di forza erano decisamente a nostro sfavore. Venni catturato e trasferito in un campo americano a Palermo».


Una brutta esperienza?


«Macché. Ho fatto la vita da signore: mangiare, bere e sigarette, ci davano tutto».


E dopo l'8 settembre?


«Ci misero su una nave diretta negli Usa il sette settembre. Ma il giorno dopo invertirono la rotta. Noi non parlavamo inglese e il colonnello non riusciva a farci capire che la guerra era finita. Allora si mise in posizione da pugile e disse "America-Italia, finish!». Così ci portarono in Algeria in un altro campo statunitense. Anche lì fu una pacchia».


Quando venne liberato?


«L'11 ottobre del '44. Non per niente, era il giorno prima del mio compleanno...».

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