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Con Rossellini in cerca di «San Francesco»

Una figurina minuta, gentile (Roberto lo chiamava "l'uccelletto"), che sotto la cocolla nera custodiva gelosamente un documento prezioso, una lettera del Generale dei Minori Francescani in cui si avvertivano i Padri Guardiani di tutti i conventi dell'Ordine che il regista Rossellini era autorizzato a scegliere fra i religiosi sottoposti alla loro autorità quelli che gli sembravano più adatti per interpretare un film su San Francesco d'Assisi.
La meta erano i conventi francescani della costiera amalfitana, soprattutto quello di Nocera Inferiore, ma la prima tappa fu Amalfi, in un albergo caro a Rossellini anche se lì, in un passato recentissimo, si era svolta la famosa scena della pastasciutta che Anna Magnani, avendo saputo del suo viaggio in America per incontrare Ingrid, gli aveva scaraventato in faccia fino all'ultimo spaghetto. Una tappa obbligata dalle necessità di un viaggio faticoso (allora non c'era l'Autosole), ma anche dal desiderio di Roberto di incontrare i "personaggi" di tanti suoi film.
La classica rimpatriata: sul porto, davanti all'albergo, il ragazzino di "Paisà" (quello dell'episodio napoletano), il mendicante del "Miracolo" ne "L'Amore" (quello che come partner della Magnani, aveva avuto Fellini), la folla variopinta e singolare della 2Macchina ammazzacattivi" (Celestino, i poveri, le donne) e, arrivato apposta da Salerno, perfino il protagonista di "Stromboli", quel pescatore, Mario Vitale, che aveva recitato a fianco di Ingrid. Neanche lui, però si preoccupa di Ingrid, pur presente alla scena, tutti si fanno attorno a Roberto come ad un parente e lui, chiamandoli per nome, dando loro del tu, li abbraccia tutti, con un'abitudine che gli ho visto conservare fino all'ultimo (nel cinema, di recente, ad abbracciare era rimasto solo Fellini). Una scena quasi commovente, destinata però a prolungarsi a tal segno da costringere Padre Laghi a ricordare a Roberto che a Nocera ci sta aspettando il Guardiano del convento e che, ormai, si è fatto tardi.
La spedizione ricomincia. Ecco il convento, ecco il Padre Guardiano, ed eccolo, per maggior sicurezza, leggere la lettera del Generale che Padre Laghi, pur avendogliene già scritto, adesso gli ha esibito. «I fratelli sono in giardino per la ricreazione - dice - li troveremo tutti lì». Il giardino cinto di alti muri è spoglio, con i viali resi acquosi dalla pioggia autunnale, la terra umida, gli alberi scheletriti solo ravvivati, qualcuno, dai frutti arancioni dei cachi che pendono dai rami senza foglie. I frati si fanno attorno a noi, il loro superiore spiega la ragione di quella nostra insolita presenza (Ingrid, comunque, data la clausura, è rimasta sulla Cadillac) e loro, appena un po' stupiti, si lasciano «guardare» dal regista che abbraccia tutti anche loro e che, curvandosi, bacia anche la mano di ognuno, nonostante lì nessuno abbia ancora ricevuto il sacerdozio. A un tratto un pallone da foot-ball attraversa l'aria, butta a terra due o tre cachi e cade ai nostri piedi. «Fra Nazzario», ridono i frati. Guadiamo verso il portone che dà sull'orto: piccolo, biondo, zigomi forti, mento aguzzo, occhi vivi, viene avanti un frate giovanissimo. «Francesco», dice subito Roberto.

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