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Brendano decise di fare un'accurata ispezione anche in una ...

Ma poi, trattandosi di una scuola dove studiava anche la figlia di Antonia, la prima, attraente signora che aveva conosciuto nella cittadina, decise di andarci di persona. Diede un'occhiata ai vetrini, e vide che erano sì spezzati, ma non c'entravano né il terremoto né la statica dell'edificio. Era la conseguenza di un piccolo vandalismo. Volle dare subito l'informazione alla Preside, ma costei non era nel suo ufficio. Era in un'aula, gli dissero, e suppliva una professoressa assente. Brendano pensò che l'ambiente era troppo riscaldato.
Qui trovò un clima di sovraeccitazione del tutto fuori del consueto. La porta della classe era spalancata e metà degli alunni e l'insegnante erano nei pressi della porta marrone della toilette. Il senso di smarrimento, la trepidazione di tutti era intensa. All'architetto non servì neppure di chiedere che stesse succedendo perché lo si capiva quasi immediatamente. Comunque una ragazza subito lo informò che Jole Martinis era lì dentro da un'ora. Aveva chiesto all'insegnante di uscire, poi s'era chiusa nel bagno e non rispondeva né alla professoressa né alle compagne. Che le succedeva? Uno svenimento? Un disturbo improvviso? Dio mio, non sarà stata mica una drogata?
«No. Nessuno si è mai accorto di nulla» disse una ragazza.
«Jole Martinis? Sua madre si chiama Antonia?» chiese Brentano.
«Appunto».
Il caso prese subito una consistenza imponente nella mente dell'architetto perché le aveva conosciute entrambe. La madre era la giovane signora che qualche settimana prima gli aveva dato dei suggerimenti per trovare una casa in affitto, l'aveva accompagnato per le stanze vuote, perché se ne facesse un'idea. Per lei aveva provato una immediata simpatia, e quando la signora s'era inciampata, salendo le scale di pietra, lui l'aveva sostenuta con mossa fulminea, e aveva continuato a farlo anche quando ogni pericolo di caduta era ormai scongiurato.
«Ma che fa? Non saliamo?» aveva detto la donna.
«Certo. Mi scusi».
Però togliere le mani dai fianchi di lei gli era sembrata una cosa sgradita. Antonia, alta, sorridente, i capelli pettinati all'antica, la scollatura generosa, era la donna che ogni uomo di una certa età avrebbe abbracciato volentieri subito dopo averla conosciuta. Ispirava simpatia. Non era possibile diffidare di lei. Probabilmente nascondeva delle sorprese, come era normale in ogni persona, ma dovevano essere tutte gradevoli. Emanava un lieve profumo di lavanda. Questo particolare era stato una cosa lieta per Brendano, anche se di poca consistenza. Ricordava che a Dorothy, appena sposata, aveva regalato un flacone di lavanda. La moglie americana aveva ringraziato con un sorriso, ma poi aveva buttato la bottiglia in fondo a un cassetto e non l'aveva ripresa mai più.
Ora la questione era che Jole s'era sequestrata da sé nel bagno e non rispondeva neppure.
«Jole, di' qualcosa! Che ti è successo?» ripeteva l'insegnante.
«Jole, Jole, Jole!» la incalzavano le compagne.
Silenzio. Era svenuta?
«Sia che non voglia o non possa rispondere, bisogna aprire la porta al più presto. Serve un fabbro, una leva di ferro» disse la professoressa.
«Se volete faccio saltare il gancio» propose Brendano.
«Da fuori?»
«Perché no? Una buona spallata...»
«Faccia pure. Me ne assumo la responsabilità».
Brendano si allontanò di qualche metro, mentre tutti gli occhi erano rivolti su di lui. Ce l'avrebbe fatta? Un urto bastò. Ma non fu il piccolo catenaccio a cedere, bensì i cardini. La porta si aprì, però dalla parte contraria. Da quando aveva abbattuto due killer nella siepe di bosso, alla periferia di Baltimora, Brendano si era di nuovo scordato della forza d'urto che si nascondeva nella sua persona. Lui fu il primo a essere sorpreso dell'effetto rovinoso della spallata.
L'insegnante entrò, seguita da molte ragazze. Jole non era svenuta. Era seduta sul pavimento e guardava con ansia un bambinello, legato ancora a lei dal cordone ombelicale, piccolissimo, collocato su un mucchio di stracci e di asciugamani, e coperto alla buona con giubbetti di lana. Più che preoccuparsi per i molti che la guardavano, Jole era spaventata perché l'esserino non piangeva e lei temeva che prendesse freddo o che fosse nato morto, addirittura...
«Ma no, sta' tranquilla. Ho visto che ha mosso una gambetta» disse una compagna.
Brendano lo sollevò appena, lo scosse, gli diede un piccolo urto sulla schiena. Il bambino sospirò a fondo, poi cominciò a piangere. Tutti respirarono di sollievo. L'insegnante fece uscire i pochi maschi che erano riusciti a intrufolarsi. La situazione era troppo delicata per sopportare la loro presenza.
«Avete un'infermeria?» chiese Brendano.
«Molto piccola e poco attrezzata» disse l'insegnante.
«Fa niente. Ce la porto io».
Jole riusciva a tenere il bambino e Brendano li sollevò entrambi. Serviva subito un medico o una levatrice, c'era il pericolo dell'emorragia. Un'amica di Jole s'incaricò di telefonare ad Antonia, segretaria in una scuola media, e un ragazzo chiamò un medico, che subito accorse, quasi contemporaneamente alla madre. Il dottore risolse rapidamente i problemi ancora in sospeso, esorcizzando tutti pericoli del caso. Dopo mezz'ora uscì dalla stanza con volto tranquillo. Dispose che Jole restasse nell'infermeria almeno due giorni, e che riposasse il più possibile. Pochi visitatori. Bastava l'assistenza della madre e dell'infermiera, appena tornata dal capoluogo, dove aveva seguito un corso di aggiornamento. Se c'era qualche novità inattesa, lo chiamassero subito.
Sia l'insegnante che la Preside avevano quasi perso la testa per la sorpresa e lo choc e non sapevano quasi che dire e che fare; si ripresero pian piano e decisero che toccava loro controllare e dominare la situazione. Gli studenti furono fatti rientrare nelle aule. Le lezioni ripresero e la scuola sembrò rientrare nel sentiero della normalità.
Però era solo apparenza. Nessuno pensava a ciò che veniva insegnato in quel momento, l'unica cosa che occupava la mente di tutti era che un'alunna aveva generato un bambino a scuola.
Era un evento così inconsueto, così strano che fra trent'anni, quando molte delle alunne attuali sarebbero state già nonne, se ne sarebbe parlato ancora. Le donne, studentesse, insegnanti, la bidella, la preside, giravano tutte attorno ai medesimi pensieri. Come aveva fatto Jole a nascondere a tutti il suo stato? È vero che il bambino era piccolo, di sette mesi, tuttavia... E come era riuscita a partorire da sola? Come aveva fatto a non urlare per il dolore? Era mai possibile che nessuno si fosse accorto di niente, nemmeno sua madre? Era anche vero che, con la scusa del freddo, Jole s'imbottiva di lane...
Alcune amiche andavano più in là. V'era sì in loro anche una curiosità inquieta, un po' morbosa, ma ad esse si sovrapponeva anche un penetrante sentimento di tenerezza, perché una come loro, della stessa età, era diventata madre, e adesso aveva un bambino da allattare e da crescere. Erano tutte cose che non legavano con la scuola e la spensieratezza della loro età.
A Brendano erano venuti anche pensieri di altra natura. Gli asciugamani e gli stracci accumulati da Jole gli ricordavano qualcosa. Anche ora gli pareva ci fosse l'inizio di una storia che aveva cominciato a raccontare se stessa in qualche modo tanto tempo prima, e seguitava a farlo. Nel complesso a nessuno l'evento era parso qualcosa di mortificante, ma piuttosto di misteriosamente lieto. Dopo alcuni giorni Jole fu trasportata a casa sua. Cominciavano le vacanze di Natale...

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