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Da Rimbaud a Leopardi un Natale senza retorica

Anche i migliori non sfuggono alla retorica, o preferiscono rifugiarsi nella solitudine, come lo stesso Ungaretti, nella poesia nota con il titolo Natale: «Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade // Ho tanta / stanchezza / sulle spalle. Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata».
Non dissimili i versi di Alfonso Gatto, Notte di Natale: «Di memoria in memoria a dirti amore /di silenzio in silenzio a dirti pioggia / la tristezza del mondo la paura». Perfino Pirandello indica la "raccolta festa degli altri" sentendosene estraneo.
Non sembrano se stessi parlando del Natale il Pascoli della Befana, D'Annunzio, Saba, Quasimodo. Neanche Gozzano riesce a mostrarsi all'altezza della sua ironia. Non troppo originali i versi natalizi di Rimbaud o di Garcia Lorca, pur nella constatazione, come in questi di Rilke "se in te semplicità non fosse, come / T'accadrebbe il miracolo / di questa notte lucente?».
D'altra parte, in ambito moderno e contemporaneo, risuona, con struggimento, l'eco della domanda dei magi di Eliot, vaganti dentro il ventre delle paure dell'oggi: «Avevo visto nascita e morte, ma le avevo pensate differenti; per noi questa Nascita fu come un'aspra ed amara sofferenza, la nostra morte. Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri regni, ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi, fra un popolo straniero ch'è rimasto aggrappato ai propri idoli. Stiamo assistendo ad una nascita o ad una morte?».
La troveremo, questa urgenza di inizio, di epifania, di vicinanza, non nelle liriche natalizie, ma in quelle capaci di sfondare il cielo di carta, di bruciare la preghiera in bestemmia. Versi paradossalmente, vertiginosamente («ti ringrazio Signore perché hai rivelato queste cose ai piccoli, ai puri di cuore») più vicini, come attesa (e gratitudine aperta e umile per chi ha il dono della fede) a quella semplice Bellezza dei canti popolari della tradizione, dove non artificiosamente si esprime la tenerezza dell'immagine del Bimbo in braccio a Sua Madre: «In mezzo alla via nasce il Mistero del Verbo di Dio», la «Bellezza di tutte le cose».
Sulle tracce della Bellezza, che «viva mirarti omai / nulla spene m'avanza» se dovessi accostare, magari per paradosso, dei versi al Natale, tornerei ad uno dei più alti inni di tutti i tempi composto da un ateo dal luogo stesso della sua radicale contestazione della vita («da qui dove son gli anni infausti e brevi / questo d'ignoto amante inno ricevi»): Alla sua donna di Giacomo Leopardi, alla luce della nascita del Salvatore, atteso profeticamente e rivelatosi per primo allo sguardo di semplici pastori.
E poi c'è il caso di Dylan Thomas, il poeta alcolizzato ma che lucidamente annota: «Se non ho scritto queste poesie in lode di Dio e dell'Uomo sarei solo un maledetto pazzo». E che parla della Nascita in una splendida poesia che leggerete qui sotto.

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