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Marchesini: "Recitare Beckett è un salto nel buio"

Marchesini: "Recitare Beckett è un salto nel buio"

Anna Marchesini

E certo incuriosisce l'allestimento di «Giorni Felici» di Samuel Beckett che Anna Marchesini, interprete e regista, si appresta a presentare da oggi all'Eliseo.

Come mai ha deciso di affrontare questo testo?
«È dai tempi dell'Accademia che lo desidero. È un'opera che richiede una maturità anche personale. Quindi dovevo aspettare non solo di essere una cinquantenne, ma anche di avere un po' di storia alle spalle per affrontare un testo come questo, dove c'è la vita, la morte, il nulla».
 

Cos'è che la affascina?
«Intanto mi piace la scrittura di Beckett. E poi è l'esatto contrario del percorso che stavo seguendo. Ho fatto un'inversione di marcia. Negli spettacoli comici mi impossessavo completamente del testo, riadattandolo, facendo tutti i personaggi. Adesso affronto un testo scarnificato, dove si impone un rapporto rigoroso perfino con le didascalie. Dove c'è proprio una rarefazione, una riduzione al minimo del movimento, dello spazio, del tempo, della comicità. Forse è questa sfida che mi ha esaltato totalmente. È sicuramente una scelta molto rischiosa, un salto nel buio».
 

Quali difficoltà ha incontrato?
«Moltissime. Soprattutto tenere la commozione che mi procurava, senza esserne sopraffatta. Poi, ecco, questi autori dell'assurdo vengono interpretati a volte in maniera straniata, evocativa, come se la loro vita fosse l'eco di una vita che non c'è più. Io invece sento una grande carnalità anche in questo testo. Quella di Winnie è l'esistenza possibile in quel nulla. Piccola, patetica. Ma è un'esistenza. Questa contraddizione di trovarsi nel nulla e di esistere e resistere fino al momento finale è stata la seconda, grande difficoltà».
 

Come si è posta rispetto alle interpreti precedenti?
«Chi mi ha preceduto ha la grande credibilità che può dare la regia di Strehler o di Peter Brook. Io sono io che, con umiltà, dirigo me stessa. Mi sono messa dentro questo buco con tutta la verità, la forza, la debolezza, del mio essere. Sono così poche le attrici che si sono cimentate con questo ruolo, che è veramente già un onore esserci arrivata».
 

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