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Il "faro" di piazzale Clodio

Il "faro" di piazzale Clodio

La scultura in bronzo di Bruno Liberatore

Oggetti che cercano il cielo. È l'atelier di Bruno Liberatore, in via del Vantaggio. Incuneato nel Tridente, a un passo dallo storico Liceo Artistico di via Ripetta. Nel triangolo dei pittori, degli scultori, che si allunga fino a piazza del Popolo, a via Margutta. L'orologio suona le otto di sera, il maestro è ancora nello studio. Due locali separati da un cortiletto. Con l'edera che s'arrampica e una bicicletta appoggiata al vecchio muro. Liberatore ha tanto da raccontare, in questo inverno che invece per lui suona come primavera.

In Russia è superstar: per una mostra di 30 suoi bronzi sullo sfondo dell'Ermitage di San Pietroburgo. I suoi astratti totem hanno avuto tanto successo nel Paese una volta tempio del realismo sovietico che nei prossimi mesi trasmigreranno nelle più lontane città di Putin. Viaggiando in elicottero hanno toccato già Vladivostok, «lontana diciotto fusi orari», dice orgoglioso stringendo gli occhi a fessura. In Siberia, a Selihard, si fermeranno a febbraio. A Mosca arriveranno a maggio prossimo. «Che soddisfazione, ringrazio il console Francesco Bigazzi. In Italia mai mi è capitato tanto». Epperò una sua scultura campeggerà in uno degli snodi più vivaci di Roma, la città che ha scelto come sua dopo la natia Pescara, dove si è formato sotto la guida di Pericle Fazzini, dove insegna all'Accademia di Belle Arti, dove abita e lavora. «Assalto all'Olimpo», un bronzo di 14 tonnellate, diventerà il «faro» di un rinnovato piazzale Clodio, quando si chiuderà il cantiere della metropolitana e lo squallido marciapiede ora posteggio per automobili diventerà luogo di sosta per i passanti e la gente di Prati, con sedili all'ombra della scultura. «Uno scatto verso l'alto, una forma che s'incurva, e dunque dà l'idea di potervisi riparare sotto», spiega Liberatore. Che aggiunge: «Dei posti che mi avevano indicato, piazzale degli Eroi o i Giardini di Castel Sant'Angelo, ho scelto questo: tra il Tevere e Monte Mario». Poi aggiunge: «È il riconoscimento di 40 anni di lavoro nella Capitale. Sia chiaro, la scultura l'ho donata, il lavoro di fusione lo paga lo sponsor. Però credo che il Comune debba retribuire gli artisti. Pagare significa che un'opera è scelta, non presa a caso».

Liberatore si muove nell'atelier come in un labirinto fatto dalle sue opere. «Non uso mai vernici, a differenza di Pomodoro, il bronzo deve vivere, senza protezioni». Ecco allora i suoi «Muri», screpolati, guastati dal tempo. Ecco le «porte di città», fenditure al posto di archi di trionfo. Ecco case sghimbesce («come le baracche degli anni '60, che vedevo dal treno, venendo dall'Abruzzo». Ecco gli squarci, le ferite della Terra. «Ma anche la natura che si riamima, con nuovi virgulti», aggiunge. Perché, è la filosofia di Liberatore, dopo il lamento arriva la rigenerazione.

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