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Alla Scala va in scena la «prima» delle sfide

Il tempio scaligero del melodramma punta ancora sul supergettonato Verdi e risponde al magnifico Otello capitolino diretto da Riccardo Muti e targato Salisburgo con un Don Carlo (per la quarta volta alla inaugurazione della Scala ed assente da Milano da ben sedici anni) affidato alla direzione musicale del milanese Daniele Gatti, una bacchetta in netta ascesa e in via di definitiva consacrazione internazionale. A vivacizzare la vigilia c'era stato il misterioso "giallo" della sostituzione all'ultimo momento del tenore Giuseppe Filianoti, nel ruolo focale di Don Carlo, pur applaudito alla "generale" per gli studenti ed i giovani sotto i ventisei anni (meglio, quasi una anteprima per battere sul tempo i "rivali" romani), con l'americano Stuart Neill, molto atteso alla prova, e l'inatteso forfait del glorioso Matti Salminen nel ruolo significativo del Grande Inquisitore.
Grande come sempre il battage pubblicitario che precedeva la prima, affollata da personalità insigni del mondo della politica e della cultura e teleradiotrasmessa non solo in diretta in Italia (Sky Classica e sale Warner Cinema) ma anche in molti Paesi europei e persino in Giappone e Stati Uniti per un pubblico eccezionale di ben sessanta milioni di spettatori. Insomma uno sforzo colossale, quasi pari a quello della parola d'ordine: dimenticare Muti (che pur ha firmato ben venti inaugurazioni scaligere).
Il Don Carlo, nella più snella versione in quattro atti che debuttò proprio a Milano nel 1884 dopo la première parigina del 1867, è unanimemente riconosciuta tra le più esemplificative e fortunate dello stile di Verdi.
Il dramma di Schiller, ridisegnato con maestria da Verdi nelle tinte brumose e brunite di una Spagna fortemente chiaroscurata, bigotta e pietrificata nell'eterno conflitto tra potere politico e religioso, giunge in scena con l'allestimento firmato dal regista Stéphane Braunschweig, finora piuttosto noto come regista teatrale. Curatissimi gli eleganti costumi firmati da Thibault van Craenenbroeck, talora colpevoli di qualche poco comprensibile mistilinguismo (il popolo veste abiti più moderni) mentre piuttosto spoglie e sobrie risultano le scene, piuttosto geometriche ed articolate in lunghe teorie di pannelli rettangolari ed in archi squadrati e anonimi. Il che conferisce tuttavia al movimento scenico un aspetto più asciutto e spedito, quasi a tutto tondo, anche se rende statico il movimentato e professionale autodafè.
Sotto il profilo interpretativo poi molto l'esecuzione deve alla naturale sicurezza di un regale Ferruccio Furlanetto più volte a segno nel ruolo di Filippo II, il vecchio sovrano angustiato dalla aperta ribellione del figlio e da una profonda solitudine affettiva. Non sempre adeguata al ruolo invece Fiorenza Cedolins nei tratti di una troppo algida Elisabetta, mentre il corpulento Neill ha dato al giovane Carlo credibilità vocale e pienezza sonora. Nel ruolo ambivalente della scarsamente seduttiva principessa Eboli ed in quello equilibrato e fraterno del Marchese di Posa rispettivamente Dolora Zajic, apprezzata soprattutto nell'esotica Canzone saracena, ed un chiomato Dalibor Janis, consapevole dei suoi mezzi.
Contestazioni rumorose dal loggione all'inizio del secondo e terzo atto al direttore Gatti, ma forse rivolti anche alla regia quasi cinematografica o televisiva che raddoppia talvolta i personaggi in scena per spiegare gli antefatti giovanili della vicenda (la lunga amicizia tra Carlo e Rodrigo, l'amore adolescenziale tra Carlo ed Elisabetta). Sicchè è un bambino (il giovane marchese di Posa) a farsi consegnare la spada dal ribelle e tracotante Carlo. Mentre il gabinetto della famosa scena del terzo atto è segnato solo da uno scranno e da un candelabro a terra ad accentuare il senso di vuoto esistenziale del protagonista. E alla fine applausi ma anche fischi e contestazioni per l'allestimento, il direttore e qualche interprete.

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