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Salvatores: «La favola nera di un padre che educa il figlio ad odiare con amore»


È così che «Come Dio Comanda», il romanzo di Ammaniti, diventa un film (dal 12 dicembre distribuito in 250 sale da 01) diretto dal premio Oscar di «Mediterraneo». La storia, tutta al maschile, è ambientata in un Friuli ostile e piovoso, dove un padre disoccupato, borderline e filonazista, (Filippo Timi) educa e cresce suo figlio dodicenne (l'esordiente Alvaro Caleca) insegnandogli «l'odio con amore». Il ragazzo impara così a difendersi con la violenza e senza scrupoli contro coloro che il padre gli indica come nemici: zingari, ebrei ed extracomunitari che tolgono lavoro agli italiani. Il legame esclusivo tra padre e figlio si apre solo per consentire le visite di un loro amico, un altro diseredato, soprannominato da tutti Quattro Formaggi (Elio Germano), uno squinternato che ammazza il tempo costruendo improbabili presepi e visionando filmini porno. Dalla loro parte i due senza Dio (padre e figlio) hanno persino l'assistente sociale (Fabio De Luigi) che cerca con vani sforzi di dare una forma dignitosa a questa bizzarra famiglia. Ma la tragedia è alle porte, avverrà in un bosco e, sotto l'immancabile temporale, verrà straziata l'unica fugace presenza femminile del film (Angelica Leo).
«È una favola nera con tanto di cappuccetto rosso che incontra il lupo nel bosco - ha spiegato ieri Salvatores -. Ma in questo film ho voluto recuperare anche la dimensione archetipa e le atmosfere shakespeariane: infatti, c'è un "prima", c'è una "notte tempestosa" e c'è un "dopo", con tre personaggi, il padre-padrone, il figlio-principe adolescente e il "fool", il matto. La storia mi ha fatto molto pensare anche a Fabrizio De Andrè e alle sue parole: "tutti quanti hanno un amore sulla cattiva strada", proprio come i tre personaggi del mio film, dai quali ho fatto affiorare la loro cattiveria, tenendo però presente il concetto di pietas latina. E poi, a differenza di quanto avviene nelle famiglie di oggi, il padre negativo interpretato da Timi è comunque un genitore molto presente. Negli anni '70 i figli si sono ribellati ai padri-padroni, ma adesso i genitori sono troppo permissivi, non s'impongono più e, come osservano gli psicologi di Palo Alto, questo genera nei giovani un doppio legame che a sua volta può sfociare nella schizofrenia. Credo che per un ragazzo in crescita vale più un'imposizione, alla quale potrà poi ribellarsi, che un'educazione fatta di se e di forse».
Come suggerisce il titolo, si tratta anche di un film spirituale, dove si sente l'assenza di Dio: esiste solo l'amore degli «ultimi» che si difendono l'un l'altro. Su questi temi arriva da Salvatores una riflessione amara: «Non so se Dio esiste. Dove è Dio in quella desolata landa friulana? Dove è Dio nelle tragedie che stravolgono la Terra? Se a lasciare i segni su questo pianeta siano solo noi umani, forse potremmo dire che Dio siamo noi».
Nella pellicola ha un ruolo preponderante la musica, non solo quella dei Mokadelic, con i quali il 7 dicembre Salvatores si esibirà in una jam session al Noir Film Fest di Courmayer. Ma anche quella che ascoltano i ragazzi dalle cuffiette dell'I-Pod, è come ascoltare le canzoni d'amore di Robbie Williams mentre si commette un omicidio. Il regista, che è stato ieri a «Linea Notte Tg3» e che in questo momento collabora con Sky per la serie tv «Quo Vadis Baby?», è infine contrario alla nuova tassazione: «Come si fa a tassare dischi e film in questo momento di crisi? È una cosa totalmente sbagliata e gli italiani devono risolvere il conflitto d'interessi».

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