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di DAVIDE RONDONI

La sua opera in versi ha una eleganza a tratti amara, come scrive Maurizio Cucchi nella sua nota che, insieme a quella di Giuseppe Conte, la introducono con autorevolezza all'attenzione dei lettori. Ed è anche vero che, come scrive Conte, è un libro che fissa nei versi una vicenda sospesa tra notte e luce.
Non so niente della sua vita ma le volevo dire che la cosa che m'ha colpito di più tra queste pagine è la potenza affettiva.
Mi perdoni, so che non è una nozione che viene usata dai critici, e io critico di mestiere non sono. Così intendo rendere onore - in questo libro che obliquamente e con una specie di stravolta discrezione si presenta - alla forza che si coagula in testi a volte minimi, tessuti quasi di niente, come stelle dalla luce silenziosa e semplice.
Ad esempio nella poesia «La bambina», o «a Bettina», «Dhalia», dove, insomma, certe presenze sembrano sospese in una specie di nulla, di meraviglia perplessa, malinconica. La potenza affettiva, o la si potrebbe chiamare «pietas» se queste parole ancora potessero risuonare tra noi con la loro dolce violenta e radicale verità, si mostra in queste pagine nuda e sincera.
Non è un autoritratto compiaciuto, Signora. Né privo di quelle ferite che invece una donna tenderebbe a nascondere. E non parlo del tempo che fugge e nemmeno dell'amore, ma, ad esempio, di quella perfetta e tremenda vacuità che parla in testi come «Il mio cuore vuoto», dove il freddo del sentirsi solo come una cosa tra le cose taglia il respiro. E altrove, il dettato delicato dei versi è la fessura su precipizi. Come nella bella poesia «Il ragazzo ombra».
Ma, dicevo, la pietas o potenza affettiva non è mai soffocata. Chiama, come un angelo o come una cagna chiama le figure che hanno un rilievo per l'eterno. In quei momenti, a mio avviso, la visionarietà della s ua poesia si acumina, esorbita anche dalle più consuete trovate della koiné poetica odierna. È in quei momenti che davvero Lei esprime qualcosa di irrimediabile, insomma di smisurato e vivace come l'eterno, se così si può dire: quando quelle presenze sono, per usare le parole della sua bellissima dedica in esergo, «melograno al centro del mio labirinto».
E se ha senso questa lettera, e la bizzarra e forse inopportuna mia invasione, le vorrei dire, cara Signora, di attaccarsi e mordere quelle presenze, e tutte le presenze che prendono rilievo intorno a Lei, fosse anche quella di uno sgabello, come dice il grande poeta Herbert. Per succhiare da loro il segreto del melograno, l'aspro e dolce sapore dell'essere che non cede alla nullità a cui spesso vorremmo ricondurre tutto, per brevità di sguardo e di cuore. Se ne imbeva le labbra, le coli dalla bocca, morda e strazi - come sono strazianti a volte le preghiere - le presenze che anche per un istante segnano la tela del vivente provenendo dalle onde profonde del mistero.
Ora che con questo libro («La verità del dubbio» di Mariella Cerutti Marocco, Mondadori, pag. 65,12 euro) si è definitivamente esposta, Signora gentile, non abbia più paura. Anzi già non ha timore, sta diventando custode e cercatrice di melograni.

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