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De Chirico, ironico «imperatore» diviso tra moglie e governante

Così, anche per esaltare questo carattere privato ed intimo, la mostra curata da Mario Ursino, «De Chirico e il museo» (catalogo Electa con contributi, tra gli altri, di Renato Barilli e Maurizio Calvesi) non vuol essere la solita antologica ma una messa a fuoco della complessa personalità dell'inventore della pittura metafisica attraverso il continuo rapporto con l'arte del passato. «In fin dei conti - ci dice Ursino illustrandoci in anteprima l'esposizione - de Chirico è partito dal museo e dalla mitologia per poi ritornare alla fine del percorso al concetto di museo ritrovandovi però se stesso, ormai famoso».
Se uno degli obiettivi della mostra è rispecchiare l'enigmatica personalità dechirichiana, bisogna dire che molti misteri svaniscono agli occhi di chi ha avuto la fortuna di conoscere il Maestro da vicino, come è accaduto nel mio caso, sia pur in giovane età. Quando apriva la porta del suo splendido attico romano e accompagnava l'ospite nei saloni di rappresentanza de Chirico si muoveva con gesti solenni e cardinalizi. Chi decideva ogni cosa, il sia pur minimo programma o spostamento, era però l'energica moglie Isabella Far, colei che lo proteggeva dall'immensa schiera dei seccatori garantendogli la tranquillità necessaria per pensare solo a dipingere. Ma una figura che pochissimi conoscono, e che mi è rimasta scolpita nella memoria, era quella dell'insostituibile governante, Vincenzina Petrella, la vera «complice» dell'artista e sua più fedele collaboratrice. Se un caro amico voleva incontrare il Maestro era Vincenzina ad avvertirlo del momento migliore per la visita, preferibilmente quando la Signora Isabella era uscita. E così quando la moglie invitava caldamente il Maestro ad andare a dipingere senza distrarsi, era sempre Vincenzina che lo proteggeva dall'«ispezione» di Isabella e lo avvertiva che la Signora stava per salire al suo studio, al piano superiore, per controllare se si stesse riposando invece che lavorare. D'estate i de Chirico andavano spesso al paese natio di Vincenzina, Petrella Salto, nel reatino, col suo bel lago.
Solo frequentandolo in questo contesto familiare si capiva quanto fosse sbagliato definire de Chirico, come facevano i giornali dell'epoca e come si dice ancora oggi, uomo dal carattere duro e sprezzante, antipatico e scostante. Era invece gentile, raffinato, sensibile, ironico e paradossale, costretto spesso a difendersi dalle invidie malevoli e dai postulanti. Non considerava importanti le date per i suoi quadri sia per personale scaramanzia che per un concetto circolare del tempo, quello dell'eterno ritorno. «E poi - esclamava col suo sorriso dolcemente beffardo - io sono un pittore, mica un filatelico col culto delle date!». Anche per questi motivi Ursino, nelle sezioni in cui è ordinata la mostra («Mitologia e Archeologia»; «La copia»; «La grande pittura»; «I d'après da Rubens»; «La Neometafisica»; «I disegni»), ha scelto spesso di non rispettare un criterio cronologico: il quadro con la «Lotta di centauri» del 1909 sarà inserito nella sezione della neometafisica accanto ai centauri degli anni Cinquanta-Sessanta, altrettanto avverrà nella scenografica «Stanza degli archeologi». Infine, una proposta: «Sarebbe l'ora - ci dice Ursino - che Roma dedicasse un grande museo a de Chirico, il maggiore artista italiano del '900. Parigi e Barcellona lo hanno fatto per Picasso, solo per citare il caso più illustre tra tanti. E noi perché non possiamo fare altrettanto, vincendo per una volta il nostro provincialismo?».

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