cerca

il grande laboratorio

Ha appena risposto no a Sandro Bondi, che lo voleva supermanager del «Museo-Italia». «Grazie, onorato, ma non posso», ha detto al dicastero del Collegio Romano. Chi glielo fa fare? Ora il suo «regno» è la raccolta museale più prestigiosa del mondo. Libera dai lacci e lacciuoli della politica. Obbligata a ubbidire a due soli criteri: «Tutela e conoscenza».
Dal suo ufficio, Paolucci spazia lo sguardo sulla cupola di San Pietro. La finestra affaccia sul cortile della Pinacoteca, in fondo il sovratetto della Cappella Sistina. Il direttore è appena tornato dagli Usa. Non c'è fuso orario che tenga, alla scrivania è seduto alle otto di mattina. Ma volentieri accetta di fare con Il Tempo il bilancio di un anno alla guida dei Vaticani. E di allargare il discorso alla nostra ricchezza più grande, il Bel Paese. Sulla quale vede ammucchiarsi nere nubi.
Professor Paolucci, viaggio di lavoro, negli States?
«Sono andato a Los Angeles per ringraziare i nostri migliori amici, i patrons americani. Un'associazione cattolica. Finanziano con un milione e mezzo di euro, insieme ad analogo organismo inglese, il restauro della Cappella Paolina. Fine lavori il 29 giugno. Inaugurazione con la messa del Papa. È il giorno di Pietro e Paolo. Michelangelo ha dedicato i suoi affreschi della Paolina ai due apostoli. Il restauro procede bene, vigilato da una commissione internazionale di specialisti».
Sarà l'occasione per accendere i riflettori sulla Cappella Paolina.
«La cappella non fa parte del percorso aperto ai visitatori. Si potrà vedere per appuntamento. È uno dei nostri progetti».
Già, i progetti. Da un anno dirige i Vaticani. Farà riforme o rivoluzioni?
«Chiamamola riforma. In tre punti, ma fondamentali. Entrano anche nel regolamento dei Musei».
Quasi una rivoluzione, allora. Cominciamo col primo punto.
«In parte realizzato. È partito da una constatazione. Qui c'è l'epigrafista, l'etruscologo, il grecista, l'orientalista. C'è arte egiziana, antico romana, italiana. Ma in una realtà tanto articolata mancava un organismo centrale: la sovrintendenza ai monumenti. Insomma, un ufficio specializzato alla conservazione del patrimonio monumentale e storico. E allora l'ho creato, affidandolo a due specialisti».
Dunque, sistemati i contenitori, i palazzi. E poi?
«Il secondo punto è basato su una mia personale "filosofia". Io non credo nei grandi restauri, nei restauri-spettacolo, strombazzati in tv e sulle riviste patinate. Credo invece nella manutenzione. Significa monitoraggio dell'ambiente, del microclima, dell'usura antropica, protocolli precisi di diagnostica. Per questo ho istituito l'Ufficio del Conservatore. Si dice sempre che non si hanno troppi fondi per tutelare le opere d'arte. Ecco, tenerle sotto osservazione, prevenire i malanni permette anche di operare con budget prevedibili. Così questi Musei possono assumere il ruolo di laboratorio sperimentale per l'Italia e per il mondo. Possono essere specimen. Offrire modelli operativi a chi ha l'onere della tutela».
La terza «riforma»?
«È la più impegnativa. Si chiama didattica, educazione visiva. Guardi, ai Musei Vaticani entrano 20 mila persone al giorno. Sono le raccolte identitarie della Chiesa. Ma non hanno sufficiente apparato esplicativo. La Chiesa Cattolica è la Parola, deve attrezzare un museo in modo che tutti possano capire: il vietnamita, il cinese, il sudanese».
Come?
«Con il labeling, la cartellinatura. Didascalie in più lingue e al punto giusto. E poi formando una vera e propria categoria di guide. Che sappiano spiegare ai vari tipi di fruitori: dai piccoli agli anziani. Ancora: una serie di pubblicazioni che coinvolgano il lettore. Penso poi a giornate a tema. A quelle per settori. Alle aperture serali».
Una rivoluzione per le raccolte vaticane, finora rigorosamente chiuse tre domeniche al mese.
«Bisogna andare incontro ai visitatori. Specie in queste sale espositive tanto complesse. Oggi il popolo dei musei è fatto di gente che ha un'ora a disposizione. Viene a vedere solo la Cappella Sistina. Passa attraverso i capolavori della scultura romana, Raffaello, la Galleria delle Carte Geografiche come niente fosse. Vede solo la Sistina. Che è come una luce accecante e oscura tutto il resto. E invece anche le piroghe della Papuasia, i pannelli del Tibet sono Musei Vaticani. Queste sterminate raccolte sono lo specchio della ecumenicità della Chiesa cattolica. Ecco le vestigia della Mesoamerica, ecco quelle della Nuova Guinea, ecco il Laocoonte dei greci. La Chiesa nella sua storia ha rispettato tutte queste culture. Tanto da raccoglierle qui».
Parliamo del boom-mostre.
«In Italia e nel mondo sono un business colossale che muove i più svariati interessi: politici, perché accendono i riflettori sulle istituzioni che le patrocinano con poco. Economici, perché danno guadagno a una schiera infinita di personaggi: curatori, architetti, trasportatori, assicuratori, elettricisti... Non c'è banca che non si dia lustro con un'esposizione. Si mette in vetrina tutto: dal Correggio alle maschere africane. Il risultato? Una poltiglia di informazioni, un vagare indistinto dei visitatori. C'è poi un aspetto preoccupante: l'usura delle opere, i rischi del trasporto. Ancora, lo snaturamento delle collezioni: vai a Firenze per vedere quella tal Madonna, al suo posto trovi un cartellino che avverte: sta a Francoforte...»
Ma se prestiamo capolavori, possiamo averne altri. Come i Fiamminghi.
«Talvolta si rasenta lo scambio di figurine. Insomma, valuterei caso per caso il rapporto costi-benefici. Penserei a calibrare il valore di quanto si cede e di quanto si prende. I prestiti si fanno se c'è un ritorno in termini di conoscenza».
Cauto con i prestiti, favorevole ai restauri. Lei è l'anti-Beck, non s'infuria per le ripuliture.
«Sono stato anche sovrintendente dell'Opificio delle Pietre Dure e so una cosa: il restauro è eccellenza italiana. Nel mondo valiamo per la moda, la Ferrari, la cucina. E per il restauro».
Lei è stato ministro per i Beni Culturali. È più difficile guidare i Musei Vaticani o il museo-Italia?
«Si scrive che il problema dei Beni Culturali siano i quattrini. Non è vero. Sono pochi, ma il guaio è che non vengono spesi, languono nei residui passivi, si impiegano male. Il nodo sono le sovrintendenze inefficaci».
Sente minacce?
«Mi preoccupa lo scenario del federalismo, delle sovrintendenze regionalizzate. Non ci sarà più l'Italia, ma le Italie. I sovrintendenti verranno scelti con il criterio della quota politica, come i presidenti Asl. La tutela, per essere efficace, deve avere due requisiti: essere lontana e indifferente. Solo così resta impermeabile agli interessi locali, anche legittimi, ma pressanti, fuorvianti. A questi il sovrintendente dovrebbe dire: non ascolto, il mio padrone è il ministro. Invece lo scenario federalista è, dal punto di vista della tutela, finis Italie. Ne risentirà soprattutto il paesaggio. Il nostro bene più importante. È stato cannibalizzato. I comuni campano con multe e le tasse edilizie, dunque via alle lottizzazioni. Esiziale la modifica dell'articolo 5 della Costituzione, che delega agli enti locali la resposabilità sul territorio. Ci chiamano Bel Paese perché chiese, sculture, dipinti, antichità si inseriscono in un mirabile paesaggio. Quel paesaggio quasi non c'è più».

Commenti

Condividi le tue opinioni su Il Tempo

Caratteri rimanenti: 1500

.tv

La straordinaria danza dei delfini al largo di Capri

Incendi, morte e paura: la California devastata dai roghi
Playboy, ecco la villa delle feste di Hefner con le conigliette
Diletta Leotta come non l'avete mai vista

Opinioni