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Tradire se stessi e la vita schivando i sentimenti

162)è l'ultimo libro di Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, molto impegnato sulle questioni giovanili.
Il tradimento interessa tutti?
«Il tradimento è un capitolo importante "di tutti noi". Non il tradimento spicciolo, ma il grande tradimento che è al di sopra di quelli quotidiani. È il tradimento della vita innanzitutto, che è speculare: tu tradisci la vita e lei tradisce te».
Quindi non c'è una vittima?
«Non c'è mai una vittima o un fautore, non è il tradimento che si fa per ripicca che chi è tradito è traditore. È il tradimento degli ideali, della fiducia, dei sogni».
Ma ce ne rendiamo conto?
«È difficile parlare per tutti. La protagonista del libro se ne accorge e forse per quello è una sventurata che conosce un alto livello di dolore».
La solitudine ci salva dal tradimento?
«Lo pensano in molti. Ci si rifugia nella solitudine perché non si crede in nessuno. È un po' quello che accade oggi per molti: frequentare tanta gente, non fidarsi ed essere soli».
Fin dalle prime pagine del suo libro si avverte un senso di angoscia.
«Amo vivere bene, ma scrivo del male, scrivo di cose terribili. Ho impiegato due anni per rendere quel drammatico senso di claustrofobia».
Ma anche di mediocrità?
«Si parla dell'esistenza di una persona mediocre. La mediocrità è diffusa, ma non se ne parla, si pensa».
Certo perché pensiamo che gli altri siano mediocri non certo noi stessi...
«Tutti siamo mediocri in alcuni aspetti della nostra vita, anche i grandi, politici, statisti, scrittori, sono o sono stati mediocri in alcune zone della vita, soprattutto nei sentimenti».
Tipico maschile...
«È difficile parlare di sentimenti e proprio perché difficile gli uomini non si impegnano e quindi sono mediocri».
Anche la nuova generazione?
«Molti giovani hanno abdicato alle passioni, all'ardimento, al coraggio, senza generalizzare, molti si impegnano ma sono tanti di più quelli che si fanno bastare ciò che hanno, non hanno voglia di conquistarsi nuove cose...».
Perché scrive queste storie così avvitate, così oscure?
«Credo che ci sia un senso positivo nel cimentarsi in questo genere di letteratura che ho sempre amato, da Kafka a Dostojevski. Io credo che le cose importanti si comunicano raccontando delle storie, storie che hanno una motivazione didattica. Sento l'esigenza di usare la scrittura come grande possibilità di comunicare, per inquietare. Mi piacciono quelle cose che ti obbligano a farti domande come "sono anche io così?"».
E come è Crepet?
«Penso di essere un po' così. Mi da fastidio dirlo, ma c'è molto di me, delle mie radici esistenziali, della mia famiglia nel viaggio della protagonista. Ho conosciuto nella mia vita quella lontananza, forte, quel disincanto...Del resto non potrei mai parlare di cose che non ho visto, non puoi parlare di indifferenza, cattiveria, misantropia se non le hai conosciute».
Questo libro è un saggio?
«Saggio è una parola impegnativa, ed io sono anni che mi allontano dalla saggistica, da quando ero un saputello in carriera...Il saggio anche se è più facile scriverlo è per poche persone e poi non lo legge nessuno...Il romanzo invece è più una sfida. E poi vede, con il saggio posso capire, erudirmi attraverso cose che leggo, ma con le quali difficilmente mi identifico. Il romanzo impedisce la fuga dall'identificazione e quindi riguarda tutti».
Presenterà questo libro in tv?
«No, tv e libri sono come cane e gatto e poi gli spazi per i libri sono pochi e sempre prenotati..come sui giornali...»
E ci sarà un motivo...
«Non mi addentro nelle cose difficile, non mi va di capire quindi evito».
Crepet è più elitario o sfuggente?
«No, semplicemente ho un'età che mi consente di evitare le cose che non mi piacciono».

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