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Grande Guerra, culla dell'Italia unita

In effetti, la Grande Guerra rappresentò davvero l'evento, per quanto traumatico e pagato a caro prezzo, al quale si devono non soltanto la conclusione dell'epopea risorgimentale ma anche la definitiva acquisizione dell'idea di appartenenza a una comunità nazionale.
Nelle trincee i nostri soldati, provenienti da ogni parte della penisola, furono costretti a condividere sofferenze e disagi, videro annullarsi o ridursi le distanze sociali, si abituarono a una vita di relazione nuova, basata sull'uniformità del vestiario e dell'alimentazione. Sopra tutto, si sforzarono di superare le barriere linguistiche che, per la prevalenza dei dialetti e la sopravvivenza dell'analfabetismo o del semianalfabetismo, ancora li dividevano e li rendevano estranei fra loro.
Lì, nella dura vita del fronte, all'interno delle trincee, si sviluppò quel sentimento di cameratismo che, all'indomani del conflitto, avrebbe rappresentato il collante in grado di tenere insieme, uniti nella rivendicazione dei sacrifici sopportati e nella difesa dei valori per i quali si erano battuti, gli excombattenti, espressione di un tipo umano inedito, nato, cresciuto e temprato in mezzo alle "tempeste d'acciaio" della guerra.
La Grande Guerra, insomma, contribuì, in misura determinante, a rafforzare il senso dell'identità nazionale. E basterebbe questo fatto a spiegare come e perché la sua memoria sia stata a lungo un mito unificante della coscienza nazionale italiana testimoniato e dai monumenti e dalle lapidi presenti nei più sperduti angoli della penisola. Almeno fino alla metà degli anni sessanta, prima cioè che la contestazione mettesse in discussione ogni valore, quella della Grande Guerra fu una memoria davvero condivisa. Lo fu nell'Italia liberale, nell'Italia fascista, nella stessa Italia repubblicana. Poi, venne la stagione della dissacrazione, la stagione della storiografia militante di sinistra che spostò l'accento sulle stragi, sui plotoni d'esecuzione, sulle decimazioni, sugli orrori dei campi di battaglia. Caporetto prese il posto di Vittorio Veneto e la Grande Guerra diventò - per quegli storici della sinistra dimentichi che accanto all'interventismo nazionalista ve ne era stato uno democratico e rivoluzionario - il simbolo del male.
In realtà il primo conflitto mondiale si rivelò un elemento di modernizzazione del paese. Essa comportò il passaggio da una società ancora arcaica e rurale a una società moderna e industrializzata. Fu un passaggio brusco, ma inevitabile, che si manifestò attraverso le migrazioni interne dalla campagna verso la città o anche attraverso la modifica della composizione della manodopera all'interno delle strutture industriali che videro crescere la presenza femminile e il lavoro giovanile. Fu la prima vera esperienza collettiva degli italiani.
E del resto, sarebbe stato impossibile per l'Italia rimanere fuori da un conflitto che stava coinvolgendo tutta l'Europa. Per il nostro ancor giovane paese, la Grande Guerra fu, anche, l'evento che lo proiettò sulla scena europea come grande potenza e come vera protagonista con una sua autonoma politica estera. Fino ad allora, infatti, essa era rimasta, per così dire, "passiva" sullo scacchiere internazionale limitandosi a cavalcare le turbolenze dell'equilibrio internazionale solo per ottenere qualche accrescimento territoriale.
Certo. I sacrifici furono immensi. E le conseguenze del conflitto furono enormi non solo per l'Italia ma per tutta l'Europa, se non per altro almeno per il fatto che essa segnò l'inizio di quella che lo storico tedesco Ernst Nolte ha definito la "Guerra civile europea" segnata dallo scontro dei grandi totalitarisni dei decenni successivi. Tuttavia, per l'Italia e per gli italiani quei sacrifici non furono inutili. La Grande Guerra cementò l'unità delle coscienze. Per questo la sua memoria è sacra.

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