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Finalmente. Dopo il servizio dedicato ieri dal Corriere ...


Del povero Leone i comunisti reclamarono le dimissioni, ottenendole grazie all'aiuto dei democristiani, suoi amici di partito, non solo e non tanto per soddisfare una feroce campagna scandalistica poi smentita nelle aule giudiziarie con la condanna di chi lo aveva calunniato. Leone, come raccontammo su questo giornale il 14 giugno scorso, nel trentesimo anniversario della sua detronizzazione politica, dovette scontare la colpa di avere dissentito dalla cosiddetta linea della fermezza durante il drammatico sequestro di Moro. Anzi, di avere generosamente tentato di evitarne l'uccisione predisponendo la grazia per Paola Besuschio, da lui scelta autonomamente fra i tredici detenuti indicati dai brigatisti rossi per uno scambio collettivo con il presidente della Dc sequestrato il 16 marzo dopo lo sterminio della scorta.
Una cinica ragione politica volle che il povero Leone fosse allontanato dal Quirinale con ignominia per togliergli ogni credibilità, se mai fosse venuta a lui o a qualche suo amico la voglia di partecipare al lacerante dibattito su ciò che si poteva fare e non fu invece fatto per strappare Moro vivo ai suoi aguzzini.
Non a caso a Leone quella voglia di parlare, riproponendo inquietanti interrogativi sul sequestro del leader democristiano, venne solo venti anni dopo, quando già i radicali, con encomiabile ravvedimento, avevano riconosciuto l'errore di avere partecipato alla campagna contro di lui nel 1978 ed avevano avviato la rivalutazione della sua figura. Ebbi il piacere e l'onore di raccogliere quella volontà con un'intervista pubblicata sul Foglio del 20 marzo 1998 e raccolta il giorno prima nella sua villa all'Olgiata, le famose «Rughe», alla presenza della gentilissima signora Vittoria. Che può ora smentirmi o correggermi, visto che mi accingo a rivelare di quell'incontro particolari ancora inediti.
Ricordo ancora lo stupore di Leone quando gli attribuii una rinuncia a graziare la Besuschio per via del rifiuto oppostogli dal presidente del Consiglio in carica durante il sequestro Moro, che era Giulio Andreotti, e del suo guardasigilli, che era Francesco Paolo Bonifacio.
«Conoscevo - mi spiegò - le condizioni politiche in cui si muoveva Andreotti, per cui non mi passò neppure per la testa l'idea di consultarlo. La grazia era di mia competenza. Quanto a Bonifacio, era stato mio allievo. Mi era devoto. Tanto bastava per fidarmene. Le difficoltà incontrate furono di altro tipo, inquietanti e incredibili».
Leone mi raccontò che, individuata la posizione della Besuschio come quella più idonea ad una grazia sia perché non aveva materialmente ammazzato nessuno sia perché era malata, per alcuni giorni non fu stranamente possibile conoscerne il luogo di detenzione. Quando finalmente si riuscì a saperlo e a contattare l'interessata, si scoprì che qualcuno l'aveva già raggiunta e convinta a rifiutare la firma alla richiesta di grazia. Il ministro della Giustizia, leggi alla mano, si mostrò sconsolato. Ma Leone lo rianimò rapidamente dicendo che, pur in mancanza di un'apposita norma, destinata ad essere proposta e approvata molti anni dopo, egli si sarebbe assunto ugualmente la responsabilità di concedere la grazia. Vuol dire - confidò pressappoco a Bonifacio - che creeremo noi il precedente che manca. E così la pratica non fu per niente abbandonata. Fu semplicemente aggiornata, per la firma, a mezzogiorno del 9 maggio, che era il giorno in cui risultava convocata la direzione nazionale della Dc. Dalla quale Leone era stato esortato da qualche amico ad aspettarsi un segnale di incoraggiamento o copertura politica. Gli era stata preannunciata, in particolare, un'apertura di Amintore Fanfani, che oltre ad essere un leader autorevole del partito di maggioranza ricopriva, come presidente del Senato, la seconda carica dello Stato. Un suo assenso avrebbe potuto quindi risultare di aiuto a fronteggiare anche il rischio di una crisi di governo, minacciata dai comunisti con il ritiro della fiducia ad Andreotti se fosse risultata violata la linea della fermezza.
Ma proprio la mattina di quel giorno, prima che la direzione della Dc si riunisse, e che Leone potesse firmare una grazia capace quanto meno di riaprire tra i terroristi una discussione sulla sorte dell'ostaggio, Moro venne barbaramente ucciso. «A delitto consumato - mi dettò Leone perché fosse ben pubblicato nell'intervista, come in effetti avvenne - mi convinsi che i brigatisti fossero al corrente di quel che stava maturando e, non volendo la liberazione di Moro, avessero affrettato quella mattina l'assassinio».
Chi poteva aver messo «al corrente» i brigatisti rossi di quel che andava «maturando» al Quirinale e dintorni? Ecco la domanda che Leone, dimettendosi sei mesi prima della scadenza del suo mandato, fu condannato a portarsi dentro. E che, una volta posta dieci anni fa, fu fatta cadere ugualmente nel vuoto. Essa meriterebbe finalmente una risposta, anche per rendere a Leone ciò che gli è ancora dovuto, oltre all'onore che per fortuna gli fu restituito prima della morte e ne permetterà il 12 novembre una solenne celebrazione al Senato alla presenza del conterraneo Giorgio Napolitano.

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