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Il terrorismo dà spettacolo

In primo piano il lato violento del '68 con i sogni e le utopie


«Non ci siamo pacificati con quegli anni e con la Raf - ha detto Edel, che proprio nel '68 si iscrisse all'Università ed era simpatizzante dell'estrema sinistra - ma con quell'epoca bisogna confrontarsi ancora». Protagonista della vicenda è Ulrike Meinhof, giornalista di sinistra che negli anni Settanta si unisce ad un gruppo armato anarchico guidato da Andreas Baader. Il film, grandioso e ricco di scene d'azione, traccia la sanguinosa vicenda della «Raf», la Rote Armee Fraktion (Partito rosso armato), dai primi attentati fino alla prigionia in carcere dei suoi membri principali e al discusso suicidio collettivo nel 1977.
Il film propone un cast di ottimo livello: Ulrike Meinhof e Andreas Baader sono rispettivamente Martina Gedeck e Moritz Bleibtreu, ci sono inoltre Johanna Wokalek e Alexandra Maria Lara, nei panni di feroci terroriste, e, nel ruolo del capo della polizia, il «grande vecchio» del cinema di lingua tedesca: Bruno Ganz. Talmente bravo, ormai, da fare rabbia. Il film, in patria, ha fatto discutere e ha suscitato reazioni diverse, ma con 1 milione di spettatori in 10 giorni è sicuramente un successo. «E soprattutto - aggiunge Edel - ha sollecitato un nuovo dibattito sul tema e io sono contento perché questo farà capire ai giovani di oggi, a mio figlio ventenne, la scintilla, la fascinazione che hanno avuto i loro padri nel movimento del '68». Il film uscirà in Italia il prossimo venerdì.
Non ha ancora un distributore italiano, invece, «Schattenwelt», una pellicola sullo stesso tema, ma affrontato in modo diverso. Con Franziska Petri e Ulrich Noethen in Germania è piaciuta più del grande affresco sulla Baader Meinhof. Si racconta la storia di Wilder, ex terrorista della Raf, libero dopo 20 anni di carcere e della figlia di una vittima: Valerie, la sua vicina di casa. «I terroristi - ha detto la regista Connie Walther - sono stati figure mediatiche e per anni hanno oscurato le vittime, mentre noi sappiamo che le vittime hanno psicologicamente bisogno che la loro sofferenza venga riconosciuta».

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