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Dalla riva orientale del Mar Morto, il Medio Oriente sembra ...

Una sensazione che si coglie nelle conversazioni con i giordani, ma anche con i rari israeliani di passaggio da queste parti; con gli osservatori occidentali che affollano i lussuosi alberghi sul Mar Morto alla ricerca di risposte che non trovano. La Giordania è un avamposto strategico dal quale cercare di interpretare i movimenti delle parti contendenti, anche se quasi mai è servito a qualcosa. Tuttavia, il suo rapporto con gli Stati Uniti e l'Unione Europea ed il costruttivo atteggiamento nel mondo arabo-islamico le conferisce un ruolo particolare dal quale, se si vuole interagire con le questioni aperte nell'area, non è possibile prescindere.
Tuttavia l'opzione "pacifista" nei confronti di Israele non significa che le relazioni con lo Stato ebraico siano accettate dalla popolazione. Le autorità giordane, a cominciare dal re Abdullah, tentano con fatica di tenere sotto controllo i sentimenti anti-israeliani che, qualora esplodessero, getterebbero il Paese nel gorgo del fondamentalismo e ne farebbero preda di Stati come la Siria che appoggerebbero una sollevazione contro il moderatismo politico che attualmente caratterizza la politica dl regno hashemita.
I negoziati di pace, comunque, sui quali l'attenzione giordana è più vigile anche in ossequio alla sensibilità dei cittadini, hanno ad oggetto la tutela dei Luoghi Santi Islamici di Gerusalemme, i rifugiati, l'acqua, i confini. Soprattutto, rimane fondamentale per i giordani evitare che si verifichi, nell'ambito del processo di pace, la creazione di una confederazione fra la West Bank (con o senza Gaza) e la Giordania. L'ostilità a questa eventualità è dovuta a due fattori: da una parte la Giordania, come tutto il mondo arabo, non può ufficialmente accettare il diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Dall'altra, una parte considerevole dell'establishment del regno ritiene di aver già dato abbastanza alla causa palestinese, senza doversi sobbarcare anche il peso di una unione che potrebbe rivelarsi foriera di una turbolenza economica e politica difficilmente controllabile.
Insomma, la Giordania è preoccupata che a rimetterci possa essere il suo territorio, peraltro scarso di risorse, dove la povertà domina incontrastata per quanti sforzi vengano fatti al fine di arginarla.
Nonostante tutto, comunque, il governo giordano è stato particolarmente attivo nel corso della crisi tra Israele e Libano dell'estate 2006, quando ha inviato considerevoli aiuti alimentari e sanitari ai libanesi e non ha risparmiato critiche all'interventismo militare israeliano, considerato sproporzionato, ed all'azione di Hezbollah che la Giordania considera una pericolosa fonte di instabilità soprattutto in relazione ai forti legami con Teheran. Il regno hascemita è impegnato apertamente nella lotta contro il terrorismo ed i suoi presupposti ideologico-religiosi.
L'altro fronte, come si è accennato, è la lotta alla povertà. Il bilancio della liberalizzazione politica, iniziata nell'89 con le prime elezioni a suffragio universale, è promettente anche se non privo di zone d'ombra. A seguito delle consultazioni politiche dello scorso anno il re ha nominato a capo del governo Nader Dahabi, al quale ha affidato il compito di rinforzare il sistema degli ammortizzatori sociali e di promuovere investimenti all'interno ed all'estero.
Nonostante gli sforzi del sovrano, del governo e del parlamento, le dimensioni della povertà restano comunque intatte. Lo stipendio medio è di centosettanta dinari al mese, poco meno di duecento euro; un chilo di carne costa dieci dinari, un pollo tre dinari; il turismo è misero e perlopiù gestito da grandi holding occidentali: poco o nulla rimane ai giordani i quali, tra l'altro, stanno diventando minoranza. Infatti, su quasi sei milioni di abitanti, ben due milioni sono palestinesi, un milione gli iracheni, ed altrettanti immigrati dal Bangladesh, dell'India, dall'Egitto. Paradossalmente i palestinesi sono i più ricchi, avendo venduto tutto quel che potevano vendersi nel 1948, ed hanno investito in terreni agricoli che, per quanto scarsamente produttivi in alcune zone, sono molto costosi poiché destinati ad un possibile sviluppo che tarda però a manifestarsi. Il problema è l'acqua, la cui mancanza è il dramma con il quale la Giordania si confronta ed è costretta a fare i conti con le forniture che assicurano Israele e la Siria.
Nonostante tutto, alcune città cominciano ad assumere fattezze meno deprimenti di qualche anno fa. Amman, per esempio, deve il suo recente sviluppo ad eventi che hanno avuto origine fuori dai confini del regno: l'ultimo arrivo dei profughi palestinesi nel 1967 e l'"invasione" degli iracheni dopo gli eventi successivi al 2003. La contraddizione fra l'anima conservatrice islamica e la nuova spinta modernizzatrice verso stili e mode marcatamente occidentali si nota facilmente per le strade della città, in special modo nei quartieri residenziali di Abdoun o Rainbow Street, dove minigonna e velo spesso "passeggiano" fianco a fianco. Osservando la città dalla terrazza del Wild Jordan Club, ritrovo di studenti bene locali e stranieri, si ha l'impressione di trovarsi davanti ad un agglomerato che vuole uscire da un lungo medioevo per gettarsi nelle braccia della modernità. Un'eccentrica architettura araba di fattura contemporanea conferma la sensazione. E dai discorsi che si colgono tra i ragazzi che parlano in inglese emerge l'intensità del rapporto tra le nuove generazioni giordane con l'Occidente.
Dato rafforzato dalla proliferazione ad Amman di locali dove si può liberamente consumare alcol (tranne che nel Ramadan) e di discoteche che si ispirano alla vicina Beirut e dove la gioventù abbiente della città si diverte a fare mattino. L'anima della capitale, il suo baricentro, risiede ancora nelle strade di "down town", il centro storico, dove dominano veli e barbe lunghe.
Amman resta, comunque, una città divisa in due: da una parte "West Amman", rifugio per la buona borghesia ed aristocrazia giordana e per gli occidentali, dall'altra tutto il resto. Lo sviluppo economico ed immobiliare la sta trasformando sempre di più: West Amman diventerà presto una bolla di benessere (dove quasi tutto è lecito purché non faccia troppo scalpore), circondata da un esercito di bisognosi e sopravviventi. Un esercito che, come dicono le autorità hashemite, potrebbe servire da massa di manovra al fondamentalismo islamico, sempre in agguato. Darebbe il colpo di grazia non soltanto ad un Paese moderato e ragionevole, ma all'intera area che vorrebbe essere pacificata come lo è il Mar Morto, dolcissimo e muto, nel quale affondandoci lo sguardo si spengono le ansie di un mondo inquieto.

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