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Tilgher: «Così partecipai al golpe di Borghese»

Tilgher: «Così partecipai al golpe di Borghese»

Junio Valerio Borghese

Il diretto interessato non ha mai voluto parlarne, ribadendo un solo fatto, che, come vedremo più avanti, risulta confermato: la notte della Madonna non era a Roma a guidare le sue «truppe », ma a Barcellona. In questo capitolo, per la prima volta, uno dei massimi dirigenti di Avanguardia Nazionale, l'ultimo presidente del movimento, Adriano Tilgher, racconta la «sua» notte della Madonna, ammettendo il coinvolgimento diretto del gruppo di cui all'epoca era vicepresidente.


Se ne parlava da mesi. Noi sapevamo che il Fronte Nazionale lavorava per questo, che il colpo di Stato ci sarebbe stato e che eravamo inseriti in questa progettualità. Ma non sapevamo altro. Tilgher precisa che cosa intende per «noi»: Intendo tutti i gruppi della destra radicale coinvolti nel progetto. Quindi Avanguardia, certo, ma anche Lotta di Popolo, anche il Movimento Politico Ordine Nuovo. Perché quando facevamo le riunioni preparatorie c'era anche Clemente Graziani... Poi descrive il ruolo del Msi: Il ruolo del Msi era molto ambiguo.

Donato Lamorte, ambasciatore del Msi nel nostro ambiente, dice agli atti processuali che era stato mandato da Almirante per controllare cosa stessimo facendo. Diciamo che il Msi era della partita, anche se poi Almirante ha sempre negato. Certo, quella notte il partito non fu mobilitato, se non in alcune componenti, ma era della partita. Sì, c'era anche Saccucci, ma in un ruolo un po' emarginato, tanto che gli diedero solo il compito di raccogliere un po' di gente nella palestra di via Eleniana. Veniamo alla notte del 7 dicembre... Il 6 dicembre ci dicono: ci siamo. Il momento è arrivato. La decisione del golpe arriva improvvisamente, tanto che Stefano Delle Chiaie, che in quel momento si trova a Barcellona, non farà in tempo a organizzare un suo rientro immediato in Italia e resterà in Spagna, rimanendo in continuo contatto telefonico con noi che siamo a Roma. In quel momento il presidente di Avanguardia Nazionale è Sandro Pisano; io e Guido Paglia siamo i suoi vice (...).


Tenga presente che il nostro rapporto con il Comandante Borghese era talmente stretto che lui ci pagava anche l'affitto della nostra sede di via Arco della Ciambella. La sera del 7 convoco in sede una quarantina di militanti, fondamentalmente di Roma centro. Ma non li avverto del vero motivo della convocazione. Siccome c'è la visita di Tito a Roma e c'è il pericolo di incidenti e disordini, dico: «Dobbiamo tenerci pronti a ogni eventualità». Intorno alle 22 in via Arco della Ciambella ci sono una cinquantina di persone. Siamo in tre a sapere la verità. Ogni tanto arrivano delle staffette a portarci notizie sull'andamento dell'operazione.


Ecco come erano disposti gli altri militanti di Avanguardia: c'era un gruppo, che veniva dal Quadraro, che si era dato appuntamento nel negozio di un camerata, a Cinecittà. Altri si erano radunati nell'appartamento di uno studente fuori sede, nella zona intorno a piazzale delle Province, altri ancora si erano dati appuntamento in altri appartamenti sparsi per la città. Fin dalla mattina, nostri nuclei di militanti, con l'aiuto dei poliziotti del corpo di guardia, erano entrati al ministero dell'Interno e si erano nascosti nei bagni, in attesa di irrompere nell'armeria, dopo la chiusura degli uffici. Quel giorno, comunque, non tutti i militanti di Avanguardia rispondevano a me.

L'organizzazione era diversa. A me avrebbero risposto solo quelli che stavano in sede insieme al sottoscritto. Tutti gli altri avevano capi indicati dal Comandante. Al suo fianco c'erano i vertici della vecchia Avanguardia, che davano disposizioni a tutti i nuclei sparsi per Roma. Parliamo di Flavio Campo, Maurizio Giorgi, Giulio Crescenzi. Alle 22 i camerati nascosti nei bagni del Viminale escono fuori e, aiutati dagli agenti, fanno entrare nel palazzo il gruppo del Quadraro, che era partito dal negozio di Cinecittà. Sono tutti a bordo di un convoglio di automobili. Entrano nel corpo di guardia e si prendono i circa 200 Mab custoditi dalla polizia. Si piazzano nel corpo di guardia e attendono l'ordine. Il loro compito è quello di occupare e presidiare il Viminale. Non di andarsene in giro con i Mab del corpo di guardia.


Alle 23 arrivano in via Arco della Ciambella alcuni emissari del vertice dell'operazione e ci annunciano: «Tra mezz'ora arriva un camion che vi porterà delle armi e vi trasporterà: diventerete operativi». Poco dopo arrivano due persone che appartengono a un gruppuscolo romano dell'estrema destra, il Fronte Delta, e ci dicono: «Sappiamo che stasera c'è una cosa importante, fateci stare con voi». Noi rispondiamo: «Siamo qui per Tito, mica è una cosa tanto importante...» E questi se ne vanno delusi... Ma a quel punto, con l'arrivo imminente del camion e delle armi, dobbiamo avvertire i camerati di quel che sta per accadere. Li riunisco e dico loro: «Tito non c'entra niente, stanotte si fa il colpo di Stato».


Urla, pianti, canti, abbracci... Succede di tutto. Eccitazione e adrenalina a mille. Poi accade un episodio particolare. Io chiedo a tutti se se la sentono o meno di partecipare. Rispondono tutti di sì, tranne una persona. Dice: «Non me la sento». Allora ordino a un secondo militante: «Tu resterai qui con lui fino alla conclusione dell'operazione». Non potevamo certo permetterci di lasciarlo andare via in quel momento. Ma lui stesso, intendo quello che aveva detto no, è un ostaggio volontario, nel senso che si rende conto della situazione e non fa problemi. La persona scelta da me per fargli compagnia si incazza. Mi dice che non vuole restare là in sede, che vuole partecipare al colpo di Stato. Gli ribadisco che deve eseguire il mio ordine e lui, odiandomi, mi dice che obbedirà. Parliamo di tutte persone mai coinvolte in inchieste di nessun tipo. Pensi che la persona arrabbiata oggi fa il prete e quello che si rifiutò oggi fa il commerciante e conduce una vita normalissima...


Poco dopo arriva il camion, ne discendono alcune persone che ci dicono: «Tutti a casa. Come non detto, non se ne fa più nulla». (...) Alla fine, dopo urla e insulti, decidiamo di smantellare tutto (...).
Tilgher rivela perché Borghese ordinò il dietro-front: Purtroppo molti reparti militari, indispensabili per la riuscita del golpe, dopo una iniziale adesione, quella sera, all'ultimo momento, si tirarono indietro. Non se la sentirono.
 

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