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I devoti del Rock

I devoti del Rock

Santana

Lennon cantava con ironico furore frasi come "devi servire te stesso, nessun altro lo farà per te. Puoi credere nei demoni e nelle divinità, ma se non ti servi da solo, non ti offrono servizio in camera". Tre giorni dopo, la pistola di Mark Chapman metteva l'ex Beatle di fronte all'Ombra.


Per tutta la vita John aveva opposto la sua arte alle religioni organizzate: era rimasto scottato dall'esperienza indiana e dall'ambiguo santone Maharishi, al quale aveva dedicato la velenosa "Sexy Sadie". In seguito, tracce del suo ribellismo spirituale affiorarono in "God" ("Dio è solo un concetto con il quale misuriamo il nostro dolore"), e in quel capolavoro che sarebbe risuonato anche in Vaticano ("Immagina che non ci sia Paradiso, e neanche una religione").

Ma Lennon fu assassinato prima di poter fronteggiare a fondo il Dylan "cristiano rinato". Molti anni più tardi, fu il suo rivale a ricevere l'omaggio della lettura trascendente di "Blowin' in the wind" direttamente da Wojtyla: nel '97 a Bologna, al raduno dei giovani cattolici, il cantautore americano (che pure persisteva nell'altalena interiore fra la Chiesa di Roma e l'ebraismo) si sentì dire dal Papa che in quei versi si distinguevano un vento cattivo che porta verso il Nulla e una brezza dello Spirito che conduce al Signore. Da impagabile comunicatore, con quelle parole Giovanni Paolo II aveva sottratto tutta la cultura pop alla seduzione diabolica, riconoscendole una vocazione più alta e luminosa.

Non a caso, Bono degli U2 lo aveva definito il "Pontefice rock": in udienza privata, lo aveva visto con sorpresa indossare i suoi occhiali da sole; «non me li restituì più» confidò il cantante, che dopo la scomparsa del pontefice polacco appese al microfono, durante un concerto romano, il Rosario che Karol gli aveva donato.
Perché la strumentale definizione del rock come musica demoniaca era sempre stata, in fondo, un'operazione di marketing: vendevano di più i dischi sospetti di collusioni con l'inferno, e nei cui solchi, girandoli al contrario, esorcisti dilettanti scoprivano messaggi ispirati da Belzebù.

Ma nessuna delle superstar sembrava propensa a gettarsi davvero fra le braccia di Lucifero, neppure quel Mick Jagger che aveva incarnato l'angelo caduto in "Sympathy for the devil" e poi si era ricreduto nell'età matura intonando "God gave me everything", "Dio mi ha dato tutto". Del resto, i palchi dei concerti somigliavano troppo ad altari per riti profani: bastava salirci sopra perché nelle anime già mobilitate degli artisti si innescasse una ricerca più immanente delle estasi laiche.

Se n'era accorta Patti Smith: il 23 gennaio 1977 si esibiva a Tampa. Come in trance, intonava "Ain't it strange": "Sento la mano, il dito di Dio, e comincio a roteare". Cadde di sotto, si ruppe l'osso del collo e giurò di aver visto l'Onnipotente che la spingeva. Anni dopo, nei dischi, faceva ascoltare le campane di San Pietro, o celebrava Albino Luciani. Nella copertina di "Wave" si leggeva una scritta: "La musica è riconciliazione con il Signore".
Come Patti, molte star hanno cercato una Via: magari ripensando la carriera, o denunciando i propri "peccati". Qualcuno sembra camminare su un terreno lastricato da contraddizioni: Madonna studia la Kabbalah, ricorda pubblicamente a Ratzinger di essere anche lei una figlia di Dio, ma nella penultima tournée ha optato per il sacrilegio di farsi legare a una mastodontica croce di cristalli Swarowski.

Prince, genio del soul-funk più sexy e mondano, ha disseminato i suoi dischi di tracce spirituali: oggi, giurano a Minneapolis, bussa di casa in casa per diffondere la sua verità di Testimone di Geova. Entra, e chiede ai genitori di occuparsi dei figli «prima che cedano alla tentazione della violenza, o si mettano a fumare troppo presto, o coltivino relazioni senza senso». Seguace di Geova lo era anche Michael Jackson, tanto tempo fa: poi, quando fu pubblicato "Thriller", i correligionari lo allontarono, sostenendo che «nessun Testimone diffonde l'occultismo».


C'è chi non è rimasto a metà del guado. Quando era allo zenith della fama, Cat Stevens si ritirò dal mondo discografico per predicare l'Islam. Solo lo scorso anno è tornato in sala di incisione per un album di forte ispirazione religiosa sotto il nome di Yusuf. E uno dei padri fondatori del rock'n'roll, Little Richard, nel momento di maggior successo era divenuto predicatore evangelista: diffondendo la Fede, voleva pagare i suoi eccessi con la droga e con l'omosessualità. Nel '92 la tormentata Sinead O'Connor, ospite al "Saturday night live" Usa, fece scandalo strappando la foto di Wojtyla urlando "Combattete il vero nemico".

Dopo aver espresso pentimento per il gesto, intraprese un percorso penitenziale che l'ha portata a prendere i "voti", da incongrua sacerdotessa, nella setta scissionistica irlandese della Chiesa Latina Tridentina, con il nome di "Madre Bernadette": «Ora tutti i peccati mi sono stati perdonati», giura. Carlos Santana, un altro dal traversale curriculum dell'anima, annuncia di voler diventare, un giorno, "prete": a modo suo, stando vicino ai poveri e senza necessariamente indossare la tonaca. Il chitarrista, che vanta una lunga frequentazione con le meditazioni orientali, ripete da tempo di essere assistito da un essere celestiale dal nome cibernetico di Metatron. «Non è il mio angelo custode, ascolta chiunque lo chiami».


Perché la voce di Dio sembra farsi, nel silenzio, più potente di ogni suono amplificato. Come sa il Reverendo Al Green: era un divo del soul, nel '74. Aveva una relazione con una donna sposata, Mary Woodson. Quando Al le fece capire di voler troncare, Mary lo ustionò con una pentola bollente. Poi si sparò. Green interpretò la tragedia come un segno dell'Onnipotente, prese ad incidere album gospel e divenne pastore della Chiesa del Tabernacolo a Memphis. Ancora una volta, un colpo di pistola era risuonato tra il Cielo e le stelle del rock.

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