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Ogni anno in occasione della rassegna Uto Ughi per Roma, ...

Quest'anno è toccato a Wolfgang Sawallisch, l'ultimo dei grandi custodi della tradizione sinfonica mitteleuropea. A parlarne, in una intervista a tutto campo, è Uto Ughi, sempre instancabile nella promozione della musica tra i giovani e per i giovani.
Perché proprio Sawallisch per il Premio una vita per la musica 2008?
«Intendevo questa volta premiare quello che, insieme a Giulini e Celibidache, considero uno dei grandi maestri degli ultimi quarant'anni. Con lui ho realizzato diversi dischi e concerti. È davvero uno dei musicisti più completi che io conosca: non solo eccellente direttore, ma anche grande pianista. Una delle figure musicali importanti che ho incontrato nella mia vita. A Roma ha legato il suo nome a storiche esecuzioni di Wagner sia nel vecchio Auditorio Rai del Foro Italico che a Via della Conciliazione. Volevo semplicemente ringraziarlo».
I suoi rapporti con Sawallisch uomo?
«A livello umano abbiamo intrecciato sempre rapporti di grande simpatia reciproca e di amicizia. Ed una volta abbiamo suonato insieme anche per l'allora cardinale Ratzinger all'ambasciata tedesca con Beethoven e Schumann e poi siamo andati a cena col futuro papa. È importante parlare di figure come la sua, perché i media sono oggi interessati sono alle chiassate. Ci sono giovani personaggi spinti come star, additati come geni della nuova epoca e questo inquina l'opinione pubblica. Bisogna rispettare i veri valori dell'arte e non esaltare le nullità. Di pianisti da bar che quindici anni fa non si conoscevano neppure fanno dei pericolosi miti. Una vergogna lo spazio che i giornali riservano a queste nullità».
Lei ha molto a cuore il tema della musica e i giovani?
«Cerchiamo di seminare anche se i frutti non si vedono immediatamente. Non si deve avere fretta, anche se a volte verrebbe voglia di averla».
Ma quale è il vero profondo motivo della indifferenza bipartizan della politica per la cultura musicale?
«Il fenomeno va di pari passo con i valori che cadono in picchiata: valori umanistici, spirituali, estetici, culturali. Trionfa un inno al cattivo gusto o alla nullità: non ci si ribella, non si scuote l'opinione pubblica. La verità è di chi ha orecchio per intendere. Ma così si finisce col perdere il valore della tradizione. Quello che leggiamo sono truffe o fandonie. La critica musicale non esiste più. Vige solo lo scoop scandalistico, sensazionalistico che non ha niente a che vedere con l'arte».
La musica italiana dà abbastanza a confronto del livello delle sue tradizioni storiche?
«C'è molta meno produttività nella musica classica. Basti vedere la musica contemporanea. Il direttore della Biennale Musica ha ammesso che è in decadenza. In realtà vi sono compositori di valore che fanno però fatica perché non c'è più pubblico».
Si parla sempre più spesso di carenza di fondi, ma si tratta solo problemi economici o anche di crisi di idee?
«Le due cose insieme. Sono stati fratti sperperi enormi nei Teatri con allestimenti che si potevano risparmiare. Questo ha penalizzato tutta la musica. Molte società concertistiche hanno chiuso. I Teatri sono mangiatoie di miliardi che hanno fagocitato tutte le piccole iniziative. Poi c'è anche la crisi dei direttori artistici, una volta persone di spessore, oggi individui mediocri che fanno interessi clientelari».
Quale utilità della musica per una società come quella globalizzata odierna?
«Creare un'armonia, un linguaggio che superi le barriere ideologiche, politiche, del linguaggio verbale. Una forza spirituale che può cambiare e salvare il mondo. Invece la società non aiuta i giovani musicisti, che restano da ammirare».
Perché questo gap tra l'Italia e gli altri Paesi europei? Quali le ragioni storiche?
«La deculturalizzazione graduale: bisogna denunciare le truffe. C'è decadenza anche in Germania: i giovani vanno poco ai concerti, ma le istituzioni reggono: 120 orchestre contro le nostre 20».
È ottimista per il futuro della musica in Italia e nel mondo?
«Fin che ci saranno ideali e gente pronta a sacrificarsi per essi, saremo salvi».

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