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Il tesoro nascosto del profeta rock

E poi non dormiva da tre giorni: tutti volevano un pezzo della sua anima, magari per sbranarla, dopo averlo fischiato per aver rinunciato alla «purezza» da folksinger in nome di un vertiginoso approccio al rock. In poco meno di due anni aveva realizzato tre album "elettrici" ("Bringing it all back home", "Highway 61 revisited", "Blonde on blonde") che qualcuno ha definito «una delle più alte espressioni culturali del Ventesimo secolo».
Insomma, era dannatamente sotto pressione, quel 29 luglio 1966. Di certo, volò sopra il manubrio della sua moto: all'ospedale gli diagnosticarono la frattura delle vertebre del collo. Circolarono voci che lo volevano in punto di morte, tutti i concerti furono annullati e la convalescenza si protrasse, in un alone di mistero, per mesi e poi per anni. Dylan ne approfittò per immergersi nella vita di famiglia, nella quiete bucolica che poi generò il suo controverso ritorno in chiave country, lontano dalla cannibalizzazione dello show business. Più di quarant'anni dopo, nessuno sa se quel ritiro dalle scene fu forzato o volontario. In quei giorni, il "Chicago Tribune" scrisse: "Un tipico gesto del profeta è la sparizione e la ricomparsa, con un nuovo messaggio". Il profeta. Quante volte era già apparso e svanito nel nulla, Dylan? Nel '63 lo avevano visto e ascoltato, a Washington, il pomeriggio glorioso della Marcia, quando Martin Luther King urlò al milione di persone che lo circondavano: "Ho fatto un sogno!". Ed era solo, Bob, in quella notte del '78 quando - sostenne - la sua stanza cominciò a roteare davanti ai suoi occhi, e lui, l'ebreo che aveva nelle vene sangue turco, lituano, russo e americano, lui che non ha mai smesso di cercare la Risposta davanti al Muro del Pianto, intuì che quello era Gesù venuto a offrirgli la Fede.
Il profeta. Agli inizi degli anni Settanta l'ambiguo A.J. Weberman, leader del Fronte di Liberazione Dylan rovistava nella sua immondizia per capire da un dentifricio spremuto o da una zuppa in scatola quanto Bob si fosse «venduto al sistema». E trent'anni dopo, ci sono volute sei o sette maschere d'attore (compresa quella femminile di Cate Blanchett) per raccontarne l'inafferrabilità nel film "Io non sono qui". Lui, intanto, canta da quasi mezzo secolo, e da vent'anni strapazza le sue canzoni nel "tour che non finisce mai". Si mostra, si offre, ma tu capisci che non lo conoscerai mai. È la perfetta incarnazione dell'insondabile mistero dell'America moderna: puoi attraversarla in lungo e in largo, studiarla a fondo nelle sue tradizioni e nelle sue spinte incongrue, ma non la capirai davvero. A Dylan hanno assegnato il Premio Pulitzer alla carriera, e anche quest'anno è in lizza per il Nobel: ma della sua parola c'è ancora sete, così come della sua musica, che attraversa come un bolide luminoso i territori mistici del folk, del blues, del gospel, del rock disincarnato, dove ogni personaggio è uno spettro e un simbolo, ma disegnato con una vividezza tale che potresti quasi toccarlo.
Dai suoi archivi, dallo scavo di una discografia nascosta e apparentemente inaccessibile, continuano a spuntare tesori. Come l'ottavo "volume" della "Bootleg series", un doppio (e triplo in edizione limitata) cofanetto intitolato "Tell tale Signs", ricco di inediti (due su tutti: lo stregato "Red river shore" e le due letture impalpabili e magnetiche di "Mississippi") e di versioni alternative di brani datati fra il 1989 e il 2006. In quel periodo Dylan è stato di nuovo sfiorato dalla morte fisica (nel 1997 gli fu diagnosticata una pericardite) e da una continua rinascita artistica. Così descrive, lui stesso, il rapporto fra i tre dischi (qui ampiamente rappresentati) che rappresentano la sua più recente trilogia di capolavori. «In "Time out of mind" indietreggiavo e combattevo per uscire dall'angolo. Poi, quando incisi "Love and Theft", ero già in salvo. E non mi trovi già più nei solchi di "Modern Times". Sono sceso dal ring, ho lasciato l'edificio». Il profeta condannato a boxare in eterno con l'ispirazione, con la cifra nascosta del messaggio.
Poi lo ascolti cantare - per la prima volta nella sua carriera - uno dei testi sacri del padre fondatore del blues, Robert Johnson, e rabbrividisci: perché "32/20" è la storia di un uomo che chiede alla sua donna dove abbia trascorso la notte. E quando capisci che di lì a un attimo impugnerà la sua Colt per lavare l'affronto, la voce di Dylan ti accompagna sull'orlo dell'inferno. Su Johnson circola la leggenda che avesse venduto l'anima al diavolo in cambio del talento chitarristico: il profeta invece canta con la nonchalance di chi non è mai sceso a patti. Ti dice come stanno le cose: ma pare che ti guardi insolente. E taccia.

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