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Adesso che i buoi sono scappati, gli apologeti della ...


Dalla Borsa di New York al controllo delle banlieu parigine, è fin troppo chiaro che dello Stato non si può fare a meno. Soprattutto oggi che viviamo in una "società liquida", come la chiama il sociologo Zygmunt Bauman, nella quale le paure e le incertezze vanno dominate a fronte dei rapidi mutamenti che coinvolgono in maniera particolare le fasce più deboli della popolazione. Ma non di uno Stato-Moloch si ha bisogno, bensì di uno Stato-amico che intervenga a tutela della libertà dei singoli e promuova lo sviluppo civile delle comunità. Uno Stato-garante, insomma, secondo la felice espressione di Paul Kirchoff, che si assuma l'onere di agire sugli egoismi di parte limitando l'avidità delle oligarchie specialmente finanziarie capaci, come abbiamo visto, di gettare il mondo nel panico e ridurre sul lastrico legioni di risparmiatori i quali ingenuamente si sono fidati di un mercato privo di regole, dominato da speculatori senza scrupoli di fronte ai quali lo Stato ha dichiarato la propria impotenza salvo poi, come sta accadendo negli Stati Uniti, scoprire che il danno non è facilmente riparabile e gli strumenti dela politica risultano inidonei a breve termine, almeno.
In Italia avvertiamo le ricadute della crisi economica globale, ma qui lo Stato, oltre ad assicurare la correttezza dei processi finanziari, compito del quale non può e non deve spogliarsi, ha anche e soprattutto l'onere di riproporsi, con la forza che gli deriva dal dettato costituzionale, quale difensore e promotore dell'ordine e della legalità.
L'azione del governo Berlusconi, checchè ne dica Veltroni, finora si è dispiegata in questo senso. La contemperanza della difesa dei principi di libertà ed il ristabilimento dell'autorità nella scuola, nella gestione della pubblica amministrazione, nel contrasto alla criminalità organizzata, nel progetto di riordino della giustizia fanno intendere che lo Stato c'è, non è un'anticaglia da riporre in soffitta, nè, tantomeno, un invasore di campo nei settori dai quali è bene che resti fuori a differenza del passato, al fine di non accrescere gli appetiti della partitocrazia.
Tanto per capirci, lo Stato deve esserci quando si tratta di salvare l'Alitalia, insomma; ma sarebbe troppo se si mettesse a foraggiare carrozzoni inutili, dannosi politicamente, improduttivi, i cui costi ricadrebbero inevitabilmente sui contribuenti. È fin troppo chiaro: lo statalismo è una cosa, lo statualismo è un'altra. La differenza è enorme.
Lo Stato, dunque, che distribuisce impropriamente risorse agli amici dei partiti, pratica che ha provocato la dilatazione abnorme del debito pubblico, è bene che venga rimosso anche se ogni tanto qualche tentazione clientelare si riaffaccia. È invece indispensabile che faccia un decisivo passo in avanti lo Stato che si propone di vigilare tanto sulla legalità quanto di scongiurare i pericoli di imbarbarimento nella vita pubblica facendo sentire ai cittadini la sua presenza nei limiti delle leggi e con il buon senso di chi deve interpretarle.
Le società contemporanee, molto più che nel passato, sono esposte ai pericoli derivanti dall'uso distorto delle tecnologie, soprattutto informatiche. Nei gioorni scorsi il Garante della privacy ha lanciato un allarme particolarmente accorato. La nostra libertà, come hanno testimoniato le strumentalizzazioni disinvolte delle intercettazioni telefoniche, legali o illegali poco importa, è in serio pericolo e con essa la dignità di ciascuno di noi. Quando poi ci si avvede che ogni nostra azione, scelta, decisione che riguarda esclusivamente noi stessi, viene spiata, catalogata, archiviata allo scopo, sembra, di tracciare i nostri profili, senza precisarne l'utilizzo che se ne farà, mi domando se lo Stato non debba intervenire per mettere fine a questa distorsione della libertà da parte di soggetti che impropriamente si arrogano il potere di rinchiudere le nostre esistenze in una banca dati.
La necessità di un ritorno dello Stato è evidente che implichi qualche istruzione per l'uso se non vogliamo cadere dalla padella alla brace. Ma è incontestabile che da esso non si può prescindere.

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