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Morandi: "Quel mio whisky davanti a Napolitano"

Morandi: "Quel mio whisky davanti a Napolitano"

Gianni Morandi

Presidenti della Repubblica si nasce, non si diventa per caso. Chiedete a Morandi. «Era il 1971. Tornavo a cantare a Milano, qualche mese dopo la traumatica serata del Vigorelli, quando i fans dei Led Zeppelin mi avevano tirato giù dal palco a forza di fischi...».


E che accadde?


«Eravamo all'Arena, la Festa dell'Unità. Ci ritrovammo in una tenda che fungeva da camerino: io e Giorgio Napolitano. Lui doveva fare il comizio, io il concerto. Ero spaventato, mi sentivo insicuro, nervosissimo. Buttai giù un bicchierino di whisky...».


Apriti cielo.


«E non dimenticherò mai la faccia di Napolitano. I suoi occhi critici di fronte a quel mio cicchetto. Mi incoraggiò, ma in ogni sua parola c'era un senso morale».


I politici di una volta.


«Ne ho conosciuti parecchi. Berlinguer, Pajetta, Amendola, Ingrao, Scoccimarro. Ma anche Andreotti, Craxi, Nenni. Oddio, il mio sarà un discorso da vecchio, ma avevano tutt'altro spessore».


Oggi invece?


«Oggi anche l'opposizione ha smesso di fare politica vera. Quando c'erano Dc e Pci si litigava, ma ci si rimboccava le maniche. Il vecchio partito comunista combatteva per migliorare il livello di vita degli operai. Adesso come fai la lotta di classe se sono spariti anche i padroni?».


Ne è sicuro?


«C'è la globalizzazione, le multinazionali. Dobbiamo aprire le porte del Paese a chi viene a darci una mano. Una volta eravamo noi italiani ad andare in giro per il mondo. Oggi siamo appannati, spenti. Non lasceremo un buon esempio ai nostri figli».


In questo suo nuovo triplo cd antologico "Ancora...grazie a tutti", lei ripesca uno standard come "Che sarà". Con il tema dell'immigrazione, torna come nuovo.


«Trent'anni fa sarebbe calzato a pennello per me: "paese mio che stai sulla collina". Monghidoro sputato. Oggi la canterebbero gli extracomunitari. "So far tutto o forse niente, da domani si vedrà"».


All'epoca gli autori, Migliacci e Jimmy Fontana, gliela proposero e lei la rifiutò.


«E divenne un successo per Josè Feliciano e i Ricchi & Poveri. Ero rimasto perplesso all'ascolto: somigliava a "Que sera sera"».


Doris Day aveva vinto l'Oscar cantandola per Hitchcock.


«Mamma la fischiettava in casa. Quando arrivò "Che sarà" mi bloccai. Ora me la riprendo. Con nostalgia».


A proposito di tempi belli. Nel cd ripropone "Volare", già eseguita all'ultimo Sanremo in omaggio a Modugno.


«L'inno di un'Italia che usciva dal tunnel del dopoguerra e che ricostruiva tutto. Non avevamo una lira ma ci credevamo».


Mezzo secolo dopo, siamo tornati a terra.


«Non è un problema solo nazionale. Crollano le Borse, la disoccupazione aumenta a ritmi esponenziali, c'è l'allarme ambiente. Per l'Italia non ho ricette. Berlusconi dice che dobbiamo essere positivi, sorridenti. Ma non so se bastano le parole: guarda che scontro c'è stato per evitare il fallimento di Alitalia. Insomma, non voglio perdere la speranza ma non credo nei miracoli».


A chi affiderebbe le chiavi del Paese?


«Ai giovani. Se solo avessero voglia di far sentire la loro voce, di riappassionarsi alla politica. Dobbiamo condividere il progetto di sentirci tutti italiani...».


Anche lei con l'italianità, Morandi?


«Mi alzo in piedi all'Inno di Mameli, e non trovo scabroso nel rivendicare il concetto di Patria».


Di questi tempi, i cantanti vanno a esibirsi alla Festa del Pd e poi a quella del Pdl. Una volta non succedeva.


«Tra i due schieramenti c'è poca distanza, ma quasi mai solidarietà. I problemi andrebbero condivisi».


Canterebbe per Berlusconi?


«Perché no? Mica è come quando dovevi optare tra le Feste dell'Unità e dell'Amicizia. Ad ascoltarmi vengono tutti. Gli artisti non scelgono chi applaude».


Trent'anni fa, quando scelse l'impegno, qualcuno si mise di traverso.


«Un deputato del Msi fece un'interrogazione su "C'era un ragazzo che come me". Sosteva che non si poteva parlare dei marines che morivano in Vietnam, perché l'America era un Paese amico».


La Rai censurò il brano.


«Per lo stesso motivo criticarono "Al bar si muore". Erano canzoni che rispecchiavano lo spirito dei tempi. Poi facevo cose anche più leggere. "Belinda". Oggi non sarebbe accettabile saltare di qua e di là».


Cominciava la fase controversa della sua carriera. Il fiasco del musical "Jacopone".


«Volevo cambiare pelle. Ma anche dal fallimento impari. Capisci come schivare le sberle della vita».


A proposito. Nel cofanetto c'è quel brano intitolato "Cassius Clay".

«Uno che ha sempre combattuto. Prima con i pugili, poi contro il Parkinson. Ho stampato nella mente quel suo sorriso fiero, sprezzante. L'avevo conosciuto a Miami con Minà. Stava preparando lo storico match di Kinshasa contro Foreman. Facemmo una foto insieme: Clay era sbalordito nel vedere che le mie mani fossero più grandi delle sue».


Più di quattrocento canzoni interpretate. Quante ne butterebbe nella pattumiera?


«A palate. Ma un repertorio così corposo mi torna utile per la ripresa del tour, il 14 novembre da Perugia. A Roma resterò per sette sere, dal 21».


Tricarico le ha scritto il nuovo pezzo, "Un altro mondo".


«L'ho conosciuto a Sanremo, mi aveva incuriosito la sua collaborazione con Celentano. Il nostro è stato un bell'incontro: mi ha sorpreso la sua visione così trasognata dell'esistenza».


Quale duetto non si è mai materializzato?


«Con Mina. È successo solo una volta in tv. Si era parlato di fare un disco insieme, ma nisba. Sogno di intonare al suo fianco "Il cielo in una stanza"».


Lei ha vinto tre volte "Canzonissima", e tre volte è arrivato secondo.


«Ho incorniciato la foto di Claudio Villa che mi alzò il braccio quando trionfai con "Scende la pioggia". Eravamo rivali, diventammo amici. Negli ultimi tempi mi prendeva in giro: "A Morà, ancora canti?". Ripenso alla cabala delle date: morì il 7 febbraio '87. Era il compleanno di mamma, io vincevo a Sanremo con Tozzi e Ruggeri».


Che prova risentendo la voce di Marianna bambina in "Sei forte papà"?


«Capisco che sono passati più di trent'anni, e mi emoziono, come quando riascolto le mie prime incisioni da ragazzino acerbo. Non so che voto darmi come padre, ma ho sempre cercato di fare del mio meglio. Con Marianna sono stato forse troppo duro, non è mai uscita di casa fino ai 18 anni».


Leggeremo mai il diario segreto che tiene da quando era ragazzo?


«C'è annotata tutta la mia vita, lì dentro. Ogni tanto dico a mia moglie Anna: "Che facciamo, lo bruciamo?". Tenetemi lontano dai fiammiferi. Un giorno lontano, si vedrà».

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