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Sarina Biraghi s.biraghi@iltempo.it Possibile che il ...

È la netta convinzione e l'intima speranza di Roberto Cotroneo, giornalista, editorialista dell'Unità, e scrittore, che ha dedicato il suo ultimo romanzo, «Il vento dell'odio» (Mondatori), in libreria da martedì scorso, alle vittime di quegli anni terribili e ai «nostri figli perché possano vivere in un Paese migliore di questo».
A 30 anni dalla morte di Aldo Moro, dobbiamo ancora fare i conti con il dramma degli anni di piombo e il sogno di una generazione perduta?
«La generazione degli anni Settanta, come i protagonisti del mio libro, visse l'infanzia nell'euforia degli anni Sessanta, in un Paese che coltivava l'illusione di aver saldato i conti con il passato. Parte poi di quella generazione, a metà degli anni Settanta decise di entrare in guerra, di sconvolgere la propria esistenza e quella degli altri. Furono anni attraversati da una violenza diffusa, sia tra chi fiancheggiava quei gruppi, sia tra chi aveva un'altra speranza. Ecco finchè non si ammetterà questo non avremo chiarezza. C'è necessità che si ammettano le colpe commesse, gli errori fatti… la sinistra deve dire che i terroristi non avevano un sogno, ma sono stati i protagonisti di una storia criminale di questo Paese. Se non faremo questo tra 40 anni saremo ancora a parlare come oggi facciamo con Sofri e Calabresi…».
Ma la storia non insegna nulla?
«Le cose non sono mai uguali nel tempo, ma se noi non capiremo fino in fondo quello che è accaduto in Italia, c'è il rischio sospeso che le cose possano ripetersi».
E perché non si riesce a dare risposte definitive?
«Perché tutti hanno gli scheletri nell'armadio e nessuno può dire la verità perché sono verità indicibili... del resto i protagonisti di allora sono ancora qui...».
C'è quindi il rischio che neanche i nostri figli vivranno in un Paese migliore quasi che il «vento dell'odio» sia ineluttabile?
«Bisogna fare uno sforzo, a destra e sinistra per ammettere quello che è successo: la sinistra deve spiegare quel clima di diffidenza ma anche il terrorismo, patologico e fisiologico che sembra fuori dal tempo se non fosse drammatico. La destra deve ammettere i suoi errori, in un Paese dove sono state fatte le leggi razziali... Manca l'identità italiana e siamo ancora nell'impossibilità di diventare un paese normale».
Il 25 aprile, dunque, è una semplice data?
«Sicuramente non basta un giorno per ricominciare dimenticando tutto il passato. Il nostro Paese dovrebbe vivere sui valori condivisi mentre la nostra storia è sempre stata letta da due partiti che non erano eredità di una Stato liberale: da una parte i cattolici della Dc dall'altra i comunisti del Pci. Sulle ceneri del fascismo e sulla forza della resistenza è nata la nostra Costituzione che è una sintesi miracolosa con la quale ci siamo illusi di avere risposte e soluzioni per le grandi contraddizioni del Pci, il più forte partito comunista in un paese cattolico, per il doppio volto di Togliatti, per la politica della Democrazia Cristiana, per la P2, per la Gladio rossa… Contaminazioni malgrado quanto di "sano" ci fosse in una parte di Dc, ma anche nel Pci di Berlinguer… In questa confusione la generazione degli anni '70 ha finito per non riconoscersi, si è ritrovata addosso le contraddizioni e alla fine ha sparato».
Ma il '68 non era servito a niente?
«Il '68 è stato un problema per questo Paese, non un taglio con un mondo vecchio ma la chiusura verso la modernità perché l'avanguardia, artistica, culturale e politica, fu antecedente al 68. E Pasolini, con la sua grande intuizione, disse chiaramente che il 68 fu il golpe della borghesia per riprendersi spazi che non erano più loro».
E la rivolta del '77 culminata con i fatti del '78?
«Ecco il '68 fu una chiusura, il '78 con il caso Moro fu una pietra tombale per un Paese che non era riuscito a diventare diverso e che ancora oggi con grande fatica tenta di farlo».
Cosa è per lei «Il vento dell'odio»?
«Con questo libro ho saldato il conto con me stesso perché esprime la mia coscienza civica. Questo romanzo ha un'origine che è una data fondamentale: 16 marzo 1978. Quel giorno, al liceo, quando arrivò la notizia del rapimento di Moro e della strage degli uomini della scorta, ci fu un lungo applauso. Un gesto incomprensibile per me, ragazzo della provincia piemontese studente a Roma, e da quel giorno cominciai a leggere i giornali… Oggi, dopo 30 anni, noi ancora non sappiamo veramente cosa sia accaduto in quel rapimento, ancora non riusciamo a voltare pagina. La storia non funziona. La retorica della resistenza non ha aiutato, certo c'era chi stava dalla parte giusta e chi stava dalla parte sbagliata, ma decidere che tutto il Paese potesse essere tagliato con l'accetta è stata un'utopia di cui paghiamo ancora le spese».

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