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di ROCCO BUTTIGLIONE

A noi manca una visione condivisa e pacificata del passato e, quindi, è facile che le divisioni sulla lettura del passato divengano bandiere per la battaglia politica del presente. Ciò che in genere manca, in queste diatribe, è il senso della storia.
Prendiamo, per esempio, le recenti polemiche sul fascismo, in gran parte interne ad An. Cosa c'è dietro? L'Msi, con il quale An non ha mai fatto i conti fino in fondo, si fondava sulla difesa delle ragioni dei reduci di Salò. Alla base di quella mentalità c'era un giudizio che vedeva la Seconda Guerra Mondiale fondamentalmente come uno scontro fra fascismo e comunismo. Tutti gli antifascisti venivano quindi considerati come comunisti. Questa visione, con un segno valutativo opposto, è stata condivisa dai comunisti, i quali hanno largamente egemonizzato gli studi storici nel dopoguerra. Di conseguenza, tutti gli anticomunisti venivano considerati come fascisti. La mentalità era: o di qua o di là. O con i comunisti contro il fascismo, o con il fascismo contro i comunisti.
È evidente la mancanza da ambedue le parti di una serena visione storica. La verità è che la Guerra Mondiale è stata sì guerra di totalitarismi fra di loro, ma è stata anche guerra delle democrazie occidentali conto il fascismo. Le democrazie occidentali, alleate al comunismo, hanno battuto il fascismo. Hanno poi rotto quella alleanza ed hanno battuto il comunismo al termine di una lunga e difficile guerra fredda.
La maggioranza degli italiani si è rifiutata di scegliere tra fascismo e comunismo. Ha atteso l'arrivo degli americani considerati come liberatori dal fascismo e garanti della libertà contro il comunismo.
Gli italiani si sono, anche, stretti intorno al Papa e alla Chiesa cattolica che offrivano, nell'epoca dei totalitarismi e contro i totalitarismi, una visione della persona che consentiva di mantenere il rispetto dell'uomo in sé stesso e negli altri.
Questa Italia era nel Regio Esercito e nelle formazioni della Resistenza che conducevano, insieme con gli Alleati, una guerra di liberazione nazionale contro il Tedesco invasore piuttosto che una guerra civile per l'instaurazione della dittatura del proletariato.
Nel clima di quegli anni è comprensibile che tanti giovani non abbiano visto l'ipotesi democratica e nazionale, ed abbiano ritenuto di dover scegliere fra gli opposti totalitarismi. Grande è il rispetto e la compassione, soprattutto per i caduti. Ciò non toglie che costoro sbagliassero e fossero oggettivamente dalla parte sbagliata.
Questo dice una valutazione serena, che cerchi di capire e non di perpetuare nel presente un clima culturale appartenente ad una fase da lungo tempo conclusa della nostra storia.
Bisogna fare una ulteriore distinzione. Fascisti e comunisti sbagliavano entrambi.
I comunisti, però, erano alleati delle forze democratiche. Dopo la guerra Togliatti riuscì a contenere le spinte di quelli che volevano "fare come in Russia" ed inserì i comunisti nella nostra vita democratica, interrompendo la guerra civile. È stato un processo lungo, faticoso, carico di ambiguità e di ipocrisie, e tuttavia positivo perché ha consentito la crescita e lo sviluppo della nostra democrazia.
Bisogna riconoscere che anche Almirante, a suo modo, è riuscito a ricondurre i reduci di Salò, per tappe successive, all'interno del processo democratico. Gli irriducibili, da una parte e dall'altra, diedero vita agli Anni di Piombo, ma la giovane democrazia italiana era già robusta a sufficienza per superare quella prova.
Non può esserci vera crescita politica della nazione senza una cultura politica capace di pacificare la visione del passato e di staccarsi da essa per rivolgere tutte le energie ai compiti del presente.

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