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Filippo Caleri f.caleri@iltempo.it<br/> C'è troppa ...

M.Emanuele presidente della Fondazione Roma che, per dare risposte concrete contro il sentimento della paura ha invitato a Roma, da oggi e fino a venerdì, filosofi e sociologi da tutto il mondo, per confrontarsi nel primo World Social Summit. Un evento organizzato insieme alla Fondazione Censis di Giuseppe De Rita.
Scienziati del pensiero a Roma per spiegarci come combattere la paura. Perché?
«La paura è un sentimento dominante nella società contemporanea. Un sentimento provocato dalla percezione di un innalzamento della soglia di rischio personale, dovuta al terrorismo e alle catastrofi ambientali, ma soprattutto a una crescita dell'incertezza complessiva».
La paura c'è sempre stata nella storia dell'uomo. Cosa è cambiato rispetto al passato?
«Il punto è proprio quello. La mia generazione ha vissuto la guerra, le epidemie e altre tragedie come il terrorismo. Eppure non si è ritirata anzi ha trovato gli anticorpi per reagire. Una cosa più difficile per le generazioni di oggi».
Che soluzione propone?
«Scoprire e rivalorizzare l'individuo e il suo sistema valoriale attraverso l'istruzione, la cultura, la fede e l'etica del lavoro».
I saggi invitati a Roma confermeranno questa tesi?
«Attenzione. Lo scopo del World Social Summit non è quello dell'analisi del fenomeno. Sono stati scritti fiumi di inchiostro sulle cause e le riflessioni sul tema. Tutte argomentate e legittime. Ora però servono risposte concrete e soluzioni da applicare».
Le sua risposta concreta?
«Sono diverse. Una per esempio potrebbe essere il welfare. Il sistema di protezione sociale. Da rimodulare e tarare per accordarsi con le nuove esigenze. Ma da cui non possiamo prescindere. Perché è stata questa l'idea e lo strumento che ha fatto grande l'Europa. Con il welfare abbiamo creato in Europa un «eden» in cui è stato realizzato il miracolo di coniugare il liberismo con la solidarietà. Dirò di più. Lo strumento dello stato sociale è l'unico che consente alla civiltà democratica di continuare ad evolversi».
Non le sembra un po' azzardato in un momento in cui lo stato cerca di ritirarsi dal settore dell'assistenza?
«Ho parlato del welfare e non dello strumento attraverso il quale deve essere erogato. Intendo dire che deve restare la visione pubblica per scegliere i destinatari delle provvidenze ma va sostanzialmente riformato l'apparato burocratizzato che lo gestisce. Altrimenti si arriva al paradosso che le risorse da destinare ai più deboli alimentano solo gli organismi deputati a distribuirle».
Non si parlerà solo di questo al Word Social Summit
«Assolutamente no. L'approccio sarà globale. I creatori dell'incertezza sono anche altri fenomeni. Penso all'informazione che dovrebbe a mio avviso riscoprire una maggiore «eticizzazione» della notizia. E ancora alla globalizzazione e al problema delle pandemie. In questo campo servono sforzi concreti e coordinate. Tutto questo è lo scopo del World Social Summit»
Non abbiamo parlato della politica. Che ruolo le assegna per combattere la paura e l'incertezza?
«Non mi sembra che in questo momento abbia le idee chiare sul da farsi. Faccio un esempio. Nella patria del liberismo sfrenato come gli Usa si invoca l'aiuto dello stato per salvare banche e istituti finanziari vedi Fannie Mae e Freddie Mac. Qui da noi con la nostra storia economica lo stato non interviene laddove ce ne sarebbe bisogno. Un comportamento veramente strano».
Cosa fa la Fondazione che presiede per il territorio romano?
«Abbiamo individuato le emergenze e diamo soluzioni e risposte. Operiamo nel settore della sanità, della ricerca, dell'istruzione, del volontariato e della cultura. Un mezzo quest'ultimo che considero il migliore per stemperare le differenze e far sì che la dialettica diventi proposta costruttiva».

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