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La cinica disperazione degli immigrati raccontata dai fratelli Dardenne


Il tema, questa volta, è l'immigrazione, clandestina e no. Così il personaggio al centro è una giovane albanese, la Lorna del titolo, che per acquistare la cittadinanza belga, con la complicità di un malavitoso italiano, ha contratto un matrimonio con un tossicodipendente di Liegi, garantendosi prima che sarà assolutamente in bianco.
Raggiunto questo scopo, ne ha un altro: aprire un bar da gestire con il suo amante albanese. Ma le manca il denaro necessario, così il suo solito complice pensa di organizzarle un matrimonio con un russo che, versandole una grossa somma, riuscirebbe a sua volta a diventare belga. Però dovrebbe divorziare dal tossicodipendente, e il divorzio costa, a meno che l'altro non lasci libero il campo morendo per una overdose. O per qualcosa che si possa far figurare come tale... Una donna al bivio. Prima cinica, decisa a raggiungere i propri scopi, indifferente a tutto fuorché a quel bisogno impellente non solo di uscire dalla clandestinità, ma di costruirsi una vita propria, libera e in tutto appagata, a cominciare dall'amore. Poi, di fronte a quel marito che soffre per forti crisi di astinenza e che intuisce condannato a morte dal malavitoso per i propri interessi, un ripensamento profondo, una fuga da tutto, forse, da ultimo, perfino un rimorso che significherà redenzione.
Il testo è asciutto, sottile, tessuto di sapori realistici che però, nella costruzione dei fatti, danno largo spazio alle ellissi, al non detto o semplicemente all'alluso. Mentre lo stile si affida a moduli piani e persino tranquilli di rappresentazione, privilegiando le figure spesso in primo piano, con tecniche più tradizionali che non nei film precedenti dei due autori: per far una cronaca tanto più normale quanto più i casi esposti sono crudamente fuori dalla norma. Evitando con cura, anche nei momenti più tragici - riferiti, mai mostrati - impennate e accensioni.
Con il sussidio di una recitazione che si manifesta molto spesso solo attraverso i silenzi. Quella della protagonista, intanto, l'attrice kosovara Arta Dobroshi, che opera con finezza sulla mimica, e quella di Jérémie Renier, il tossicodipendente; spesso in prima fila nei film dei Dardenne.

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