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L'ultimo incontro con lui nel 2005. Con un film storico ...

rappresentata senza fasto, in cifre di realismo quotidiano. Le stesse, ma allora anche con più ferma ispirazione stilistica, con cui, sempre nella sua Ferrara, gli avevo visto, nei suoi primi documentari, raccontare semplici e intensi momenti di vita quotidiana. Ne "Il delta padano", ad esempio, del '51 e in "Tre canne un soldo" nel '53.
Per esordire presto con successo nel lungometraggio chiedendo, nel '60, al concittadino Giorgio Bassani e a una delle sue "Cinque storie ferraresi" l'ispirazione per quel film, "La lunga notte del '43", che, premiato ad una Mostra di Venezia, avrei subito salutato come una conferma delle sue doti, ma anche come una rivelazione di nuove doti maggiori, narrative e stilistiche. Ritrovate con soddisfazione, nel '62, ne "La banda Casaroli", in cui l'impegno artistico abilmente si accompagnava all'avventura e anche allo spettacolo.
Presenti, però con accenti psicologici più marcati da acute analisi, non solo, subito dopo, ne "La calda vita", con Catherine Spaak, ma soprattutto ne "Le stagioni del nostro amore", 1966, con un perdente al centro splendidamente ricreato, sotto la sua guida sempre più esperta, da Enrico Maria Salerno.
Imponendosi, nel '72, con uno dei suoi film più decisi e fermi, "Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato", su un episodio che si era verificato in Sicilia nel 1860 alla luce - violenta, dura, risentita - di quel racconto di Verga, "Libertà", che avrebbe potuto intitolarsi "Il Risorgimento tradito". Toccando il vertice della sua arte l'anno dopo con "Il delitto Matteotti", con Franco Nero e Vittorio De Sica, ricostruzione salda e ispirata dell'omicido perpetrato nel '24 da parte dei fasciati ai danni del deputato socialista Giacomo Matteotti. Ancora una volta, ma anche con maggior vigore che in passato, mostrandosi in grado di coniugare l'impegno politico e polemico con la vitalità dello spettacolo.
Tra la fine dei Settanta e gli anni Ottanta sembra acceso da minor fuoco ("Amore amaro", 1975, "Un dramma borghese", 1979, "La baraonda", 1980), ma nell'84, eccomi, convinto, a presentargli a una mia mostra veneziana quel bel film quasi minimalista, "La neve nel bicchiere", che aveva tratto da un solido romanzo di Nerino Rossi (tre generazioni di una famiglia contadina ferrarese dal 1898 al 1927). Allontanandosi per un po' dal cinema per ottenere però successi eguali in televisione, da "La Piovra 2", 1986, alla miniserie "Piazza di Spagna", 1992. Per ritornare, appunto, al cinema con "E ridendo l'uccise". Ne discutemmo insieme, gli dissi tutta la mia gioia di averlo "ritrovato", ma la vita aveva cominciato a riservargli molti dolori e gravi lutti, mettendo presto a rischio anche la sua salute. L'ultima telefonata, mestissima, la voce spenta: "Sono solo". Temo così che sia morto in solitudine.

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