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A via Margutta 53/B la targa l'hanno sistemata solo ...

Dice, la lastra di marmo: «Numerosi e celebri furono gli artisti che animarono questo luogo. Tra essi Pablo Picasso nel 1917 realizzò nel suo atelier di via Margutta alcuni capolavori».
Dunque, novant'anni fa Picasso a Roma. Per il Grand Tour, il viaggio di formazione che era un obbligo per gli intellettuali stranieri? Nient'affatto, Pablo era già strafamoso e ricco. E poi, anticonvenzionale com'era, avrebbe mai fatto quanto era ovvio per gli altri? Assolutamente no. Soprattutto, campione dell'avanguardia, autore della rivoluzione del cubismo, non avrebbe per niente al mondo accettato di ispirarsi agli antichi, al classicismo.
Invece lo spagnolo arrivò nella caput mundi sulla fine della prima guerra mondiale portato dall'amico Cocteau. Al Teatro Costanzi c'erano le repliche dei balletti russi, c'erano Sergej Diaghilev, l'impresario della compagnia, e il coreografo Léonide Massine. C'erano le ballerine. A Picasso serviva cambiare aria, lasciare Parigi. Era morta la sua compagna Eva, e lui viveva giorni pieni di depressione. «Vieni con noi», lo convinse Cocteau.
Arrivano il 17 febbraio, prendono tutti alloggio all'Hotel de Russie. Lui, Pablo, deve lavorare ai costumi e alle scenografie di «Parade», il primo «balletto cubista», firmato da Cocteau che debutterà allo «Chatelet» di Parigi a maggio. Per questo affitta dal nobiluomo Giuseppe Patrizi, bisnonno della Moncada, l'atelier di via Margutta. Dove si rinchiude per tutto il giorno, senza neanche scendere a mangiare. «Gli mandiamo vino e formaggio romano nello studio», scrive Cocteau in una lettera alla madre.
La sera invece, dolce vita. Al «Costanzi», a vedere decine di volte i balletti, al Caffè Greco, da Aragno. Avventure. Bisbocce. Incontri. E un nuovo amore: Olga Kokhlova, una delle danzatrici della compagnia russa, non una professionista, piuttosto una dilettante di buona famiglia lusingata dal debutto romano. Non è una storietta che finisce lì. L'anno dopo si sposano, a Parigi, nella chiesa ortodossa. Hanno un figlio, Paulo. Ma l'innamoramento finisce presto. Olga è una borghese, pretende vita mondana, una casa perbene, imbriglia Pablo. Che di tante poi vuole essere amante. Si separano negli anni Trenta. Ma non divorziano mai. Picasso lo evita, per non dover passare alla moglie metà dei suoi beni. Solo quando lei muore, negli anni Cinquanta, lui si unisce a Jacqueline Roche. Ma questa è un'altra storia.
Roma non è solo quell'amore, le serate e il lavoro per «Parade». La città intriga Picasso, malgré lui. Dalla grande finestra dell'atelier guarda Villa Medici e la schizza a matita sul suo carnet. Dipinge anche una «Donna italiana», una ragazza col tipico costume romano, il grembiule rosso, il cesto di vimini infilato nel braccio. Una «Fornarina» cubista, rimasta sconosciuta, sullo sfondo del Cupolone. Una delle chicche della mostra al Vittoriano, prestata dalla Fondazione Bührle di Zurigo. E dipinge pure «L'Arlequine et femme au collier», oggi al Centre Pompidou di Parigi. Certo, incontra l'avanguardia italiana, i futuristi. Resta stupito dall'arte di Depero (così come a Parigi di quella di Severini). Al Caffè Greco si vede con Balla, Prampolini, Cangiullo. Certo, va ai Musei Vaticani, anche se non lo ammetterà mai (come vent'anni dopo negherà di essere passato per Pompei). Così, nonostante i dinieghi, parecchio dell'antico respirato a Roma gli resta nel pennello. È datata alla fine della guerra la sua svolta classicista, quelle figure che risentono sì di Ingres, ma anche delle nostre statue, dei volumi alla Piero della Francesca. Insomma, l'Italia gli resta addosso, eccome. Almeno fino agli anni Trenta, fino alle tragedie che s'addensano sull'Europa, fino all'urlo di «Guernica».
l.lombardi@iltempo.it

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