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In Brasile, prima d'ora, non c'era ...

Catapultato per due mesi nel Mato Grosso do Sul, nel set naturale di «Birdwatchers, La terra degli uomini rossi» - film dell'italo-cileno Marco Bechis presentato in concorso alla 65esima Mostra di Venezia ed unica pellicola della quaterna italiana ad avere messo d'accordo sin da subito critica e pubblico del Lido - nel quale viene relegato al ruolo di uno «spaventapasseri» (termine con cui vengono indicati i guardiani che spaventano gli indios nei campi di proprietà dei fazendeiros), l'attore romano racconta: «Le riserve sono un posto molto doloroso da visitare. Il Governo mette a disposizione delle inadeguate casette di cemento, spesso incapaci di ospitare tutti i membri di una famiglia, e un pezzo di terra arido e improduttivo. Perché se rendesse, di certo, non lo darebbero loro. Eppure è incredibile vedere con quale allegria e senso di libertà crescono i bambini. Quel che fa male è sapere che col tempo si renderanno conto che il mondo non li vuole e alcuni arriveranno a compiere atti estremi, come il suicidio».
Santamaria, cosa sapeva del popolo Guarani prima di fare questo film?
«A dire il vero, sapevo pochissimo. Il giorno dopo il mio arrivo in Brasile sono andato nelle riserve a conoscerli. Non è stato un incontro di solo dolore: nonostante le tante difficoltà, i Guarani mantengono uno spirito curioso e infantile. Hanno, rispetto a noi, un modo totalmente diverso di percepire il mondo esterno. Vivono una sorta di simbiosi con la realtà. In un modo dal quale forse dovremmo prendere esempio».
E cioè?
«L'altra sera stavo guardando "Matrix" dei fratelli Wachowsky. C'è un momento in cui l'agente Smith si rivolge a Morpheus e gli dice che l'uomo è l'unico mammifero strano. Tutti i mammiferi, infatti, istintivamente, si adeguano all'ambiente che li circonda, sviluppando un naturale equilibrio. L'uomo, invece, lo stravolge, lo logora e, a volte, lo distrugge. Si insedia in una zona e si moltiplica fino a che ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l'unico modo in cui sa sopravvivere è spostandosi da una zona ricca all'altra. C'è solo un altro organismo che si comporta in questo modo: il virus. È una scena che mi ha colpito moltissimo».
A Venezia, a proposito di «Birdwatchers», lei ha detto: «Questo non è un film italiano, ma un film del mondo». Cosa l'ha spinta a farlo?
«Trovo che Marco Bechis sia un regista importante, fa dei film molto forti ed ho sempre desiderato lavorare insieme a lui».
Lei è molto richiesto dal cinema, soprattutto nei ruoli principali. Nel film di Bechis invece, i veri protagonisti sono gli indios Guarani.
«Pur lavorando a ruoli da protagonista un attore deve sempre avere l'umiltà di fare anche cose minori. Ho vissuto questo viaggio come un'avventura, ho amato sin da subito il tema trattato».
Da «Romanzo Criminale» fino a «Rino Gaetano», bisogna riconoscerle la capacità di passare da un ruolo all'altro con estrema disinvoltura, come riesce ad uscirne fuori così rapidamente?
«Quando lavoravo a teatro avevo una maggiore difficoltà a scrollarmi di dosso il personaggio. Avevo degli strascichi nell'atteggiamento di tutti i giorni. Poi però ti rendi conto che non sei tu. In realtà dentro ci sei tu. Hai semplicemente preso alcuni tuoi modi di essere e li hai portati alla luce».
C'è un personaggio che le è rimasto dentro più degli altri?
«Sì, Paolo de "L'ultimo bacio". Il suo essere così esplosivo e nevrotico mi ha fatto esplorare dentro di me e scoprire un aspetto del mio carattere che non conoscevo».
Attualmente ha altri progetti in cantiere?
«Tra Ottobre e Novembre uscirà "Aspettando il sole", una commedia nera di Ago Panini cui tengo molto. E poi ho appena finito di girare "Il caso dell'infedele Clara" di Roberto Faenza, nel quale interpreto il protagonista maschile, Luca, al fianco di Laura Chiatti».
Può anticiparci qualcosa del personaggio che interpreta?
«Luca è un uomo geloso della sua ragazza, fino alla malattia. Mi è piaciuto molto interpretare questo personaggio, perché un po' è come me».
È girata voce di una sua polemica con George Clooney cui lei avrebbe rimproverato la scelta di prestarsi alla pubblicità.
«Premesso che stimo moltissimo George Clooney come attore, non condivido invece questa sua partecipazione alla sponsorizzazione di un prodotto di una multinazionale politicamente scorretta. Io credo che per uno come lui, che guadagna milioni di euro con i film, non c'è bisogno di fare queste scelte. Se l'avessi incontrato glielo avrei certamente detto. Poi chissà, magari i soldi guadagnati con quello spot li dona in beneficenza».
Cosa la spaventa della società moderna?
«Mi fa paura il bombardamento mediatico cui siamo sottoposti. Mi piacerebbe preservare mia figlia Emma, che adesso ha appena tredici mesi, da questo eccesso di stimoli».

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