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Fabrizio dell'Orefice f.dellorefice@iltempo.it <br/> Fa ...

È con la figlia. Passa un vecchietto e le mormora qualche insulto, se la prende con «queste cerimonie» e con «gli antifascisti che hanno rotto». La signora le risponde per le rime, alza la voce, scoppia a piangere. A pochi metri ci sono due autisti di qualche autorità, arrivano a sedare il tutto, portano via il vecchietto. La signora si tranquillizza, la figlia prova a rincuorarla: «Ma che te frega, non ne vale la pena».
Tutto si risolve così, in un attimo. Uno dei due autisti fa all'altro: «Ancora con 'ste storie! Dopo settanta anni, ancora a discute». E il collega abbozza.
Quanta saggezza, non solo popolare, c'è per strada. Dall'altro lato della piazza, nella tribuna autorità, è l'ora dei discorsi. L'attesa è per il primo intervento, quello del sindaco Gianni Alemanno, appena reduce da una polemica sul fascismo che non fu male assoluto ma lo furono «solo» le leggi razziali (e che proprio ieri ha fatto sapere che effettuerà il viaggio ad Auschwitz con le scolaresche romane a novembre). Per l'ex ministro dell'Agricoltura è il primo 8 settembre da sindaco, l'attesa è maggiore, la sua partecipazione proprio qui a Porta San Paolo ha anche un valore particolare: porre l'accento sulla Resistenza che fu prima di tutto militare, poi civile, rossa e bianca. Il primo cittadino legge un intervento senza grande enfasi, si mantiene su quello che i giornali di sinistra definirebbero un atteggiamento politically correct e cita addirittura Carlo Azeglio Ciampi: «Come ogni 8 settembre ricordiamo qui a Porta San Paolo gli straordinari atti di valore degli italiani civili e militari che per primi eroicamente cominciarono la lotta di liberazione della nostra Patria. Questa lotta cominciò proprio in una delle date più desolanti e drammatiche nella storia della Nazione, l'8 settembre 1943 è stato indicato come il giorno della "morte della Patria" per l'abbandono in cui furono lasciate le truppe e le strutture statuali italiane di fronte alla reazione tedesca all'Armistizio. Eppure, se nei momenti più bui si accende una luce, questa rischiara più che in altre circostanze. In occasione del 60esimo anniversario della Difesa di Roma, il presidente Ciampi disse: "l'8 settembre non fu la morte della Patria perché allora la Patria si rigenerò nell'animo degli italiani che seppero essere, seppero sentirsi Nazione", nonostante si fossero ritrovati "soli ciascuno davanti alla propria coscienza"».
Applausi di rito, arrivederci e grazie. Tocca poi a Ignazio La Russa, ministro della Difesa. E non solo, è anche il reggente di An. Un partito che va verso la confluenza nel Pdl e La Russa non vuole passare per il «commissario liquidatore» della destra. Meno che meno gli va che scorra quell'accusa di scarsa visibilità se non addirittura di irrilevanza politica. E soprattutto a La Russa non gli va di rinunciare a quel che pensa solo perché mette la casacca da ministro. E l'intervento se l'è scritto quasi totalmente di suo pugno. Per questo ricorda quell'8 settembre, il sacrificio dei militari come i lancieri di Montebello e i granatieri di Sardegna combatterono in prima fila. Quindi aggiunge un inciso: «Farei torto alla mia coscienza se non ricordassi (insieme ai caduti nella difesa della Patria appena citati, ndr) che altri militari in divisa, come quelli della Nembo della Rsi, soggettivamente dal loro punto di vista combatterono credendo nella difesa della Patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli angloamericani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d'Italia». Dalla tribuna dei reduci e dei loro familiari si leva un applauso. Un applauso vero. Tanto che La Russa si sente rincuorato e aggiunge: «I giorni della tragica stagione che vide il territorio nazionale diviso in due: con italiani schierati su fronti opposti».
Infine, il presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano invita tutti ad «animare un clima di condiviso patriottismo costituzionale» e a rafforzare la memoria della Resistenza, fatta non solo dai civili che combatterono nelle formazioni partigiane, ma anche da tanti uomini in divisa, come quei «600 mila deportati nei campi tedeschi» che rifiutarono l'adesione alla Repubblica di Salò. Ricorda come la data dell'8 settembre '43 abbia segnato insieme «uno dei momenti più bui della nostra storia nazionale unitaria e una delle prove più luminose della forza vitale della Patria italiana». Perché «l'8 settembre - spiega - sancì il crollo di quel disegno di guerra, in alleanza con la Germania nazista, che aveva rappresentato lo sbocco fatale e l'epilogo del fascismo, ma annunciò nello stesso tempo la nascita della Resistenza». La cui partecipazione, da parte degli uomini in divisa, è «da valorizzare più di quanto pure si sta facendo - aggiunge Napolitano - perché essenziale, e caratterizzante della Resistenza italiana, accanto alla decisiva componente partigiana».
Fine della cerimonia. La Russa accompagna Napolitano, c'è anche un siparietto quando il ministro della Difesa prende il presidente per un braccio perché temeva stesse andando via prima del saluto musicale. Cordiali saluti. Trascorre un'ora e i siti internet titolano: Napolitano richiama La Russa. Ripartono le polemiche. Finocchiaro (Pd): «Parole gravi da La Russa». Castagnetti (anche lui Pd): «La storia non è un luogo di mediazione». E avanti così.
Tanto che titolare del dicastero di via XX Settembre, adiacente proprio al Quirinale, è costretto a intervenire di nuovo senza fare alcuna marcia indietro. Anzi: «Il presidente Napolitano non mi ha fatto nessun appunto, anzi ci siamo salutati amichevolmente al termine della cerimonia. Mi sembra strano che si possa polemizzare contro di me: ho detto cose meno impegnative di quelle che disse Violante riferendosi ai ragazzi di Salò. Ho detto meno della metà di quanto detto da autorevoli esponenti della sinistra come Violante e Veltroni. Volete che La Russa a Porta San Paolo debba censurarsi?». E infatti prima di stendere il suo discoro, il ministro della Difesa s'è riletto quelle frasi di Luciano Violante, allora Ds, pronunciate il 10 dicembre '96 (appena eletto fu accompagnato in aula proprio da La Russa): «Mi chiedo se l'Italia di oggi - e quindi noi tutti - non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri; perché occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà». Ma a sinistra le hanno velocemente dimenticate.

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