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Guerra: una droga impossibile da sconfiggere


Quindi «Point Break» con Keanu Reeves, «Strange Days» con Ralph Fiennes. Fino, di recente, a quel «K-19» che indusse il New York Times a definirla «una dei registi di maggior talento dei nostri giorni».
Oggi, con «Hurt Locker», affronta addirittura la guerra. Con un impeto, una forza nei ritmi e nelle immagini di una tale aggressività da lasciare sbalorditi e, per i valori cinematografici raggiunti, ammirati senza riserve.
Lo spunto gliel'ha suggerito un giornalista, Mark Boal, che durante il conflitto in Irak ha assistito da vicino alle imprese rischiosissime di un'unità speciale di militari addetti, nel corso stesso dei combattimenti, a disinnescare bombe nascoste un po' dovunque, tra le case e le strade di Baghdad e anche in aperta campagna, tra mille insidie.
Non c'è però, nel complesso della vicenda, solo l'impresa bellica corale, pur in grado, in molti passaggi di togliere il respiro, ma c'è, e non solo a margine, il tratto caratteriale di un personaggio presto suggerito come protagonista, che non solo non ha nessuna paura mentre, tra molti incidenti, compie le sue missioni, ma addirittura ne è esaltato a tal segno da potersi iniziare il film con una didascalia che avverte: la guerra, per qualcuno, è una droga. E per lui, difatti, lo è in modo tanto travolgente che quando, nel finale, lo vediamo tornato a casa, in famiglia, subito dopo lo ritroviamo su un aereo, di nuovo in uniforme, pronto a ricominciare...
Il disegno forte di questa figura centrale, fatto risultare realisticamente in tutte le sfumature della sua psicologia, ma anche, intorno, e non solo come sfondo, l'arsura di quei combattimenti, l'avvicendarsi di quei militari pronti allo sbaraglio mentre, sulle immagini che li coinvolgono, vengono impressi di tanto in tanto degli annunci che informano dei giorni mancanti alla conclusione di quelle gesta.
Confortando tutti, salvo il protagonista che di quei drammi foschi ha, invece bisogno quasi fisicamente.
Un ritratto splendido, al centro di un film di guerra come da tempo non si vedeva. Ancora una volta, indifferente al cambiamento di temi e di generi, Kathryn Bigelow ha fatto centro.

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