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Il matrimonio multirazziale a stelle e strisce

La protagonista è Anne Hathaway («Il diavolo veste Prada») che non è la Rachel del titolo, ma sua sorella Kim, tornata in famiglia per assistere proprio al matrimonio di Rachel.
Appena la incontriamo, ha il broncio, l'aria di avere problemi e, presto, anche quella di crearne. Poi, a poco, si chiarisce il suo sfondo (e un po', anche il suo passato). Esce da un lungo, estenuante periodo di riabilitazione perché era stata una tossicodipendente, accettata dai suoi (ma soprattutto dal padre, la madre, lontana, ha divorziato), anche quando, annebbiata dalla droga, aveva provocato la morte di un fratellino coinvolgendolo in un incidente d'auto.
Lei, però, non si era perdonata e anche adesso, nonostante i preparativi della festa tutta intorno, è angustiata, sempre scura in volto (quello, del resto, dopo la cura di riabilitazione, è il suo primo ritorno a casa) e spesso incapace di avere buoni rapporti con gli altri, specie con quella sorella che, all'inizio, incerta sui suoi comportamenti, non aveva nemmeno previsto di poterne fare la sua damigella d'onore.
Scontri, scenate, a un certo momento anche un' esplosione che potrebbe avere conseguenze gravi, alla fine, però, dopo la celebrazione delle nozze in casa (con quei rituali canterini e chiassosi tipicamente americani), tutto può ricomporsi, sia pure a stento. Sancendo anche una sorta di riappacificazione tra le due sorelle...
Demme, per sua stessa ammissione, si è dato intenzionalmente i modi quei «filmini di famiglia» che si girano ormai in digitale, con apparecchietti spesso ballerini. Così tutte le pagine corali - le lunghe prove per la cerimonia nuziale e, poi, la rappresentazione del suo svolgimento- hanno sempre una immediatezza piacevole che consente di fare subito il punto, anche solo di sfuggita, su questo o quel membro della famiglia e sui tipi più colorati e vari dei loro invitati.
Mentre le pagine che danno spazio a Kim, ai suoi tormenti, ai suoi rimorsi e, spesso, alle sue collere da guastafeste, si affidano quasi soltanto a climi raccolti e sommessi, in cui, pur tra il frastuono scopertamente euforico di quella riunione, si fanno strada, sottilmente, gli accenti del dramma.
Li esprime con finezza la recitazione, appunto di Annie Hathaway che sa disegnarsi in viso una serie continua di ombre e di pensieri cupi. Pur con meditata misura.

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