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Antonio Angeli a.angeli@iltempo.it Autore e regista, un po' ...

Ora propone «Insieme sul Due» che, da lunedì 8 settembre, «offrirà l'aperitivo» agli italiani con attualità, storia, temi del giorno, ospiti, collegamenti esterni, dibattiti e una grande partecipazione del pubblico. Mentre presenta il nuovo programma il regista siciliano invita le belle ragazze protagoniste ad avvicinarsi il più possibile l'una all'altra per farsi fotografare. «Mettetevi vicine - dice con la sua immancabile ironia - che più state vicine più viene grande la foto sui giornali».
Michele Guardì, lei si sente più regista o autore?
«Io faccio tutto, ma mi sento soprattutto un autore. Sono regista nel senso che riprendo: per "Insieme sul Due" abbiamo rivoluzionato il sistema di ripresa, che di solito lavora centralmente, noi invece abbiamo delle telecamere che girano intorno. Tutto è nuovo, con questo programma rivoluzioniamo il modo di fare tv».
Dei tanti programmi che ha diretto quale le è rimasto nel cuore?
«"Piazza grande", che è durata 18 anni. Nel realizzarla ho impiegato tanto amore. "Piazza grande" è come un figlio diventato adulto al quale consegni le chiavi della nuova casa. Ma potrebbe tornare... in futuro».
Lei è sempre in sintonia con il pubblico: sa interpretare i gusti degli altri o impone i suoi?
«Mha, tutti vedono che sono così, spontaneo, e mi lasciano fare. Io non vivo, mi dice mio figlio, io vado in onda. Teatralizzo tutto, anche la vita. Facendo spettacolo sono perfino diventato puntuale. Una volta dicevo: ci vediamo verso le cinque. Ora ho una puntualità cronometrica, dico: cinque in punto. Le cose che non so fare, come i programmi di sport, ad esempio, le evito. Faccio le cose che mi riescono bene, accade da quando sono bambino, anche i miei genitori dicevano: "A Micheluzzo lasciatelo fare"».
A proposito lei in realtà ha un nome glorioso: Michelangelo. Perché lo ha voluto accorciare?
«Non mi entrava nell'inquadratura. Mi piacciono le cose fatte bene. Ogni anno mi chiedono di fare anche cinque film per il cinema, ma io rispondo no. Ci sono tante persone brave a fare il cinema».
Lei tiene molto al rispetto dello spettatore in tv?
«Sì, è importantissimo. Un esempio: devo andare al cinema, magari con un figlio piccolo, e vedo che da una parte fanno "La Tunica" e da un'altra un film a luci rosse. Decido magari di andare nel cinema a luci rosse, che non si dovrebbe fare, ma almeno è una scelta. La tv non è così, ti entra in casa a sorpresa, e, tanto più se è la tv di Stato, per la quale abbiamo già pagato il biglietto, è necessario adoperare il massimo rispetto. Dobbiamo entrare in punta di piedi nelle case degli altri. Se penso che con una barzelletta faccio ridere cento persone, ma ne offendo una, quella barzelletta non la dico».
E il termine «tv nazionalpopolare», oggi, che significato ha?
«La tv nazionalpopolare è quella che tocca tutta la nazione e il cuore del popolo della nazione. Fare tv nazionalpopolare è un modo di servire il pubblico tenendo conto dei suoi principi. Non si può offrire un programma per giapponesi in Inghilterra, è necessario conoscere le persone che ti guardano e io sono stato spettatore per 30 anni prima di cominciare a fare tv. Il mio esordio è con Baudo, nel 1978 come autore, con la trasmissione "Secondo voi", nella quale lavoravano persone come Grillo e Solenghi».
E con quale presentatore si è trovato meglio?
«Giriamo la domanda e così posso mettere meglio anche la risposta: diciamo che non mi sono mai trovato male con nessuno: io seleziono in testa. Un po' di tempo fa mi offrirono la regia di un programma che poi sarebbe diventato di grandissimo successo: "I tre tenori". Andai in studio per conoscere Domingo, Carreras e Pavarotti e c'era anche Zubin Mehta, il direttore d'orchestra. E quei tre non mi si sono filati per niente... mi hanno girato le spalle. Hanno fatto le primedonne con me e io me ne sono andato e dicendo anche che erano dei gran maleducati. Poi, anni dopo, incontrai Carreras, mi disse che avevano tutti e tre la testa da un'altra parte».
Altri scontri?
«Come no? Uno memorabile, con Jerry Lewis. Eravamo al teatro Delle Vittorie. Lui faceva delle scene insopportabili da divo, trattava male tutti. Ovviamente parlava solo inglese e allora io lo presi di punta e, in siciliano stretto, gli dissi che prima se ne andava e meglio era. Poi le acque si calmarono e si fece il programma. Lewis in seguito disse che ero un gran prepotente, ma ero anche l'unica persona che aveva autorità in quello studio. Portava un bastone con il manico d'argento che mi regalò. Ancora lo conservo».
Oltre alla tv un altro grande amore il teatro...
«Sì, sono anni che sto preparando il musical "I promessi sposi", quasi un'opera lirica, con le musiche di Pippo Flora. È tutto pronto, lo faremo presto».

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