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L'arte è droga nel racconto di Kitano


Non tutti, anche fra gli addetti ai lavori, sono sempre d'accordo con i suoi esperimenti, sostenuti comunque, da salde ricerche linguistiche, ma Kitano, anche quando sembra sbagliare, sa poi riprendersi con vere e proprie zampate, vincendo presto le obiezioni degli scettici. Non credo, ad ogni modo, che ci saranno scettici di fronte al film con cui è sceso qui in concorso ieri sera, «Akires to kame» e cioè «Achille e la tartaruga», in cui il famoso paradosso di Zenone «il piè veloce Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga», serve da supporto a una divagazione furba sulla pittura contemporanea dimostrando alla fine, e in modo molto implicito e allusivo, che un perdente nonostante tutto può vincere.
Il perdente in questione lo incontriamo da bambino, vuole solo dipingere, anche a scuola quando gli altri studiano e continua a volerlo, con irrefrenabile passione, quando, rimasto orfano, di genitori ricchi, dovrebbe mettersi un po' a lavorare. Lo ritroviamo però, cresciuto, anche più diviso fra la pittura e la necessità di far qualcosa per nutrirsi. Un clima che si riproporrà quando da adulto, sposato e presto con una figlia, tenterà anche con maggiore ostinazione di vendere i suoi dipinti per sopravvivere.
Fatica vana, con un crescendo che opponendo il nostro pittore a un gallerista che di continuo denigra la sua opera, ci fa assistere a un seguito di ricerche pittoriche che, spaziando attraverso tutte le più aggressive espressioni dell'arte visiva di oggi, si affidano, nella rappresentazione, ora alla caricatura ora a una polemica tanto più beffarda in quanto ci è dato sapere che tutti i dipinti, dai più normali ai più eccentrici a noi via via sottoposti, hanno proprio Kitano come autore, ben lontano in questo campo, dal suo modo a noi ben noto di far cinema.
Tre momenti stilistici. Un realismo quieto quando è di scena il bambino, una certa astrattezza figurativa quando è diventato un giovanotto, una violenta vitalità cromatica quando, da adulto, si cimenta con gli avvenierismi della sua ispirazione. In cifre in cui l'ironia spesso si affaccia, ma con amarezze che sfiorano il dramma.
Il protagonista da adulto è, con la consueta impassibilità, sempre Takeshi Kitano che, come attore, si fa chiamare Beat Takeshi: un modo per fingere di nascondersi.

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