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Italia e Turchia insieme per il film sul Ghandi islamico

Uno dei più singolari personaggi di fede islamica, propagandista di un'intesa possibile, di un'era di pace e di comprensione fra tutti gli uomini e fra tutte le credenze religiose. E per questo chiamato talvolta un Ghandi islamico. Un personaggio in assoluto in controtendenza, una faccia dell'Islam molto diversa da quella che nel presente vede lo scontro violento fra etnie e fedi, l'esplodere del terrorismo. Scompare nel 1273, in Anatolia, dove si trova la sua tomba a tutt'oggi oggetto di venerazione.
E non è un caso che alle sue esequie siano stati presenti i rappresentanti di ben cinque confessioni religiose, ebrei, musulmani, buddisti, cristiani di rito greco, e i cattolici con dei frati francescani. Sullo sfondo le invasioni dei mongoli, che hanno già sottomesso la Cina, l'Asia centrale, parte dell'India, riuscendo persino a prendere Mosca e a dare alle fiamme il Cremlino, e adesso premono alle frontiere dell'impero persiano, costringendo le popolazioni a cercare scampo altrove. È il caso del padre di Rumi, già docente in una scuola coranica a Balck, nell'attuale Afganistan, che comincia una lunga peregrinazione che lo condurrà col figlio dodicenne - nato nel 1207 - a Konya, in Anatolia, regno dei turchi selgiucidi. Konya e la regione attorno hanno fatto parte a suo tempo dell'impero bizantino, la nuova Roma come è stato chiamato. Da qui il nome di Rumi, per dire «romano», col quale il ragazzo verrà d'ora in avanti conosciuto. Fondamentale per lui l'incontro-scontro con un derviscio itinerante, Shams al-Din, un altro dei grandi mistici del tempo, in compagnia del quale compie viaggi in tutto il mondo islamico, e fino a Damasco, sempre predicando l'avvento di un'era di pace e di tolleranza fra i popoli, spesso scontrandosi col potere politico, e con quello religioso, coi più tenaci difensori del dogma. Verrà addirittura sottoposto a un processo per eresia, che potrebbe concludersi con una condanna a morte. Shams al-Din dal canto suo viene assassinato da un gruppo di congiurati al quale non risultano estranei alcuni discepoli dello stesso Rumi, gelosi del rapporto di fraterna intesa che si è stabilito fra i due. Il suo corpo non viene ritrovato, tranne che per una singola goccia di sangue. Troppo tardi, la leggenda di Rumi è già nata. Grande poeta, autore di 26 mila versi, scritti in persiano, Rumi è uno degli autori più letti negli Stati Uniti.
E il più studiato. Una biografia su di lui ha raggiunto il milione di copie vendute. La «mania» di Rumi ha contagiato anche dei personaggi della cultura popolare, quali Madonna e Demi Moore, o Deepak Chopra, il guro delle star hollywoodiane. Il film, le cui riprese inizieranno a gennaio, si avvale della sponsorizzazione di Sar Sheikha Mozah Bint Nasser al Missned, tramite la Fondazione Qatar, dell'Unesco che ha dichiarato il 2007/2008 «anno di Rumi», del primo ministro dell'India, Mammohan Singh, tramite il Consiglio indiano per le relazioni culturali, del ministero per i Beni Culturali di Turchia, tramite il ministro Ertugrul Gumay, e della Fondazione Ford. Da notare che si tratta del primo accordo di coproduzione fra l'Italia e l'India, e del primo, massiccio ingresso nel cinema di un paese - il Qatar citato - degli Emirati Arabi. Regista l'indiano Muzaffar Ali, che con Depak Chopra è anche autore della sceneggiatura. Direttore della fotografia, Vittorio Storaro (due premi Oscar), musiche di Richard Horowitz, scenografia di Eugenio Zanetti (un premio Oscar), e come produttore la italiana Istar Productions.

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