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Il 20 Agosto 1968 mi trovavo, quindicenne ginnasiale, sulle ...

Socialista vero e anticomunista da sempre, lo vidi piangere. In quei mesi, i primi veri giorni dell'inizio del Sessantotto nei licei italiani, avevamo spesso litigato per via delle cosiddette occupazioni che si susseguivano a scuola, della richiesta da me, giovane sciocco come tanti, del sei politico, dell'agibilità politica, dei tazebao all'ingresso del vecchio palazzo del Manzoni.
La mia formazione socialista, gli ideali in cui ero cresciuto grazie ai libri, ai giornali, alle conversazioni con mio padre, vacillavano sotto il vento della contestazione, non solo politica ma anche, inevitabilmente, generazionale. Nelle lacrime di mio padre vidi un segno della sua delusione e un severo monito rivolto al figlio: «Ecco quel di cui sono capaci i comunisti». Mi ripresi presto, però, e di ciò sono orgoglioso. Tempo dopo, ad una professoressa di francese che impellicciata, ricca e borghese, ci costringeva a tradurre dal francese in italiano i pensieri di Mao, portai come saggio scolastico la copertina di Paris Match, settimanale parigino molto popolare, con la terribile foto a colori di Jan Palach trasformato in rogo sulla piazza di San Venceslao.
Passarono gli anni, nel 1977 entrai a lavorare nella rinnovata rivista settimanale Critica Sociale, fondata da Filippo Turati e Anna Kuliscioff, fucina di idee socialiste riformatrici, contro i massimalismi e i comunismi di sempre. Bettino Craxi chiese alla testata di editare mensilmente, in allegato a Critica, il giornale clandestino Listy, fortemente voluto e diffuso da un grande uomo che ho avuto l'onore di conoscere e frequentare, Jiri Pelikan, uno dei protagonisti della Primavera di Praga, economista di valore del team di Alexander Dubcek. Ore e ore a passare complicati pezzi di esuli cecoslovacchi, di collaboratori anonimi che inviavano in modo avventuroso in Italia e nell'Europa libera le loro testimonianze, il loro grido di dolore.
Arrivò poi l'altra primavera di Praga, quella di Vaclav Havel. E finalmente potei recarmi a Praga per una serie tv curata dal mio direttore e maestro, Guglielmo Zucconi, sulla caduta progressiva del comunismo nell'Europa un tempo dominata dalla prepotenza russa. Intervistai il fratello di Palach davanti alle candele che ormai formavano un monticello di cera consolidata nel punto in cui Jan si appiccò il fuoco, per dimostrare al mondo che i cecoslovacchi volevano soltanto essere liberi di scegliere, fino a morire per questa libertà.
Il giorno dopo mi recai presso la sede della Tv di Stato di Praga. C'era una grande confusione, molti dirigenti erano letteralmente scappati, il disordine regnava in tutti gli uffici e qualcuno cercava anche di approfittarne, vendendo a caro prezzo ai giornalisti occidentali spezzoni di filmati tratti da archivi fino a qualche settimana prima ancora sigillati e con una censura opprimente. Trovai una giovane programmista della tv praghese, mi prese per mano e mi portò in uno scantinato. Raccomandandomi prudenza e silenzio si arrampicò su una scala di ferro e prese da uno scaffale una grossa pizza di alluminio. Scese e la sistemò su un tavolo, impugnò un tagliacarte e ruppe i sigilli. Sollevò il coperchio. Dentro, in perfetto stato di conservazione, c'erano due rotoli di film, sedici millimetri, in bianco e nero. Mi disse più volte che si trattava di materiale importante, esclusivo, mai visto. Lei ne conosceva molti particolari pur non avendolo mai visto integralmente. Ci recammo in una sala di montaggio, chiuse la porta a chiave e mise l'audio al minimo. Guardammo insieme, per la prima volta, quel documento. Il primo spezzone, circa una ventina di minuti, era la cronaca sotto forma di documentario, molto ben girato secondo i canoni di una scuola documentaristica di grande tradizione, delle ultime convulse ore di Dubcek e dei suoi collaboratori più stretti nell'imminenza dell'invasione. Il premier al telefono con un Pelikan riconoscibile sotto i folti baffi neri, la concitazione dei dialoghi, l'atmosfera della tragedia in corso. Il secondo spezzone era davvero straordinario e fin dalle prime immagini la giovane collega della tv praghese incominciò a piangere. Erano i fotogrammi di Jan Palach dopo la fiammata, la corsa in ospedale, lui steso sul letto in una stanza tutta bianca, che contrastava con il suo volto completamente annerito dal rogo. Il momento della sua morte con amici e parenti in lacrime fuori dalla porta, mentre una mano pietosa solleva il lenzuolo bianco per coprire il cadavere del giovane eroe. La folla in piazza San Venceslao sotto un cielo plumbeo in silenzio assiste al funerale, mentre una voce maschile accompagnata da una chitarra canta una struggente melodia e la bara passa di braccia in braccia...fino ai numeri finali della pellicola che si interrompe con il classico cerchio con croce che stava ad indicare la fine del filmato. Ecco, questo è il ricordo di quegli eventi. Intanto, di nuovo, il clangore dei cingoli di carri armati russi squassa la terra georgiana. Ma questa è un'altra storia.

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