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Vittorio Emanuele III, com'è noto, aveva una memoria di ...

«Certamente», replicò l'interlocutore. E aggiunse: «Nulla di strano, Maestà. Perché chi non è rivoluzionario a vent'anni non ha cuore e chi non è conservatore a cinquanta non ha cervello».
Ecco, coloro che nel 1945 erano ventenni o poco più, che avevano militato nella Repubblica sociale italiana o non vi avevano partecipato perché troppo giovani ma affascinati dall'ultimo Mussolini, come tanti giapponesi nella giungla per nessuna ragione al mondo intendono arrendersi ai vincitori. O peggio, passare da una parte all'altra. Vogliono invece coltivare la loro diversità al pari dei comunisti, che ancora ai tempi della segreteria di Enrico Berlinguer se l'appuntavano come una medaglia. Si sentono stranieri in patria: una patria nella quale non si riconoscono più. Nostalgici tanto del passato quanto del futuro, sono dei ribelli e sognano la rivoluzione. O, quanto meno, un Sessantotto nero. Un Sessantotto ante litteram. Così nel dicembre del 1946 fondano quel Movimento Sociale Italiano che fin dal suo primo congresso nazionale non rinnega ma neppure si propone di restaurare.
Solo contro tutti, è un miracolo che abbia calcato la scena politica per quasi mezzo secolo. Nonostante gli avversari, comunisti in testa, facciano di tutto per negare nelle piazze la parola ai suoi esponenti. Nonostante una Costituzione monocola vieti la ricostituzione del disciolto partito fascista e, pour cause, non spenda una parola sul pericolo comunista. Nonostante la legge Scelba, che non potendosela prendere con il Pci, grande e grosso com'è, se la rifà con il MSI. Un Calimero piccolo e nero. Nonostante i tentativi di mettere al bando questo partito quando ormai da decenni è rappresentato in Parlamento. Nonostante l'antidemocratico arco costituzionale inventato di sana pianta da Ciriaco De Mita. Che concede l'agibilità politica ai soli soci fondatori, una sorta di club esclusivo, della Carta costituzionale repubblicana.
Ai primi anni di vita del MSI dedica un bel volume Antonio Carioti, giornalista del «Corriere della Sera», già autore di un libro intervista con Marco Tarchi sulla Destra nell'Italia repubblicana dal titolo «Cinquant'anni di nostalgia». Un saggio per nulla apologetico e con un apparato bibliografico degno di particolare menzione. L'autore, pagina dopo pagina, documenta come meglio non si potrebbe le idee e le gesta di questo pugno di irriducibili. Che a poco a poco metteranno radici nel palcoscenico politico e otterranno ai tempi della segreteria Almirante diversi successi elettorali. Fatto sta che gli orfani di Salò c'erano una volta e non ci son più da lunga pezza. Anche se per parecchio tempo si confronteranno e si scontreranno due linee politiche. Da un lato i portabandiera del socialismo tricolore, che ebbe un ritorno di fiamma, è proprio il caso di dirlo, negli anni in cui Bettino Craxi si affermò alla guida del Partito socialista. Dall'altro i cosiddetti entristi, coloro che sognano una grande Destra grazie all'alleanza con monarchici e liberali. Destinata al fallimento in quanto Giovanni Malagodi non ne volle mai sapere.
Dopo la pubblicazione di questa interessante opera, Carioti fa una scoperta dalla doppia faccia. Una brutta e l'altra bella. La brutta: se gli orfani di Salò c'erano una volta e non ci sono più da un bel pezzo, gli orfani di Stalin - incredibile ma vero - sono ancora qui tra noi. Quello che è successo alla presentazione del suo libro in provincia di Pisa ci rende edotti del fatto che il passato non vuole passare e che i nostalgici del comunismo duro e puro vivono ancora nell'età della pietra, quando gli avversari venivano considerati nemici da abbattere e nessuno aveva il diritto di parola senza l'assenso dei prepotenti rossi in servizio permanente effettivo. La faccia bella è che grazie a questo cancan il libro sta andando a ruba e l'autore, beato lui, farà soldi a palate.
Nelle elezioni amministrative del 1951 e del 1952 il MSI moltiplica quei pochi voti che avevano permesso nel 1948 di far eleggere alla Camera appena sei deputati. La coalizione centrista invece perde colpi. Di qui una manovra a tenaglia. Da un lato l'approvazione della cosiddetta legge truffa, la quale attribuisce alle liste apparentate che conquistino la maggioranza assoluta dei voti quasi i due terzi dei seggi alla Camera dei deputati. Una legge che non scatterà. E dall'altra la legge Scelba, che intende colpire il MSI. Fatto sta che sono paradossalmente i comunisti a mettersi di traverso. Un po' perché temono che alle lunghe siano proprio loro a farne le spese. Un po' perché un eventuale scioglimento del MSI avvantaggerebbe la Dc. Un po' perché non a caso nel mondo universitario talvolta missini e comunisti vanno a braccetto. Difatti gli uni e gli altri sono i nemici giurati della democrazia liberale.
«Il Tempo» di Renato Angiolillo in queste pagine gioca un ruolo di primo piano. Non solo perché tra i suoi giornalisti annovera missini della prima ora come Gianfranceschi, Sterpa, Locchi e altri ancora. Ma soprattutto perché il fondatore del nostro giornale non vuole che i voti concessi all'estrema destra finiscano in frigorifero. Come dirà Giulio Andreotti. Vuole invece che siano spendibili nella lotta a un comunismo che in quegli anni rappresentava un reale pericolo per la nostra fragile democrazia. Pur con tutte le loro insufficienze, i militanti di allora meritano rispetto e perfino ammirazione. Parola dell'insospettabile Cesare Marzagora, un laico eletto parlamentare nelle liste della Dc: il neofascismo «raccoglie intorno a sé molti giovani ardenti, in buona fede e meritevoli di ogni attenta cura, perché ha saputo parlar loro di Patria». Proprio così.
Antonio Carioti
«Gli orfani di Salò
Il "Sessantotto nero" dei giovani neofascisti nel dopoguerra.1945-1951» Mursia, 291 pagine
17 euro
paoloarmaroli@tin.it

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