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Tiberia de Matteis Un'estate di recital per Paola Gassman, ...

Un formula agile e apprezzata dal pubblico che mette l'interprete in primo piano e a diretto contatto con la platea più e meglio di una rappresentazione strutturata e collettiva. In autunno l'aspetta l'«Enrico IV» pirandelliano, accanto a Ugo Pagliai, con regia di Paolo Valerio e la ripresa della commedia «L'appartamento è occupato» con Lydia Biondi. Pur nel rimpianto di un mondo teatrale ormai scomparso, ereditato dal nonno materno Renzo Ricci, nonché dal padre Vittorio e dalla madre Nora, l'attrice crede ancora nel rapporto sincero con gli spettatori di chi abbia una professionalità artistica collaudata e raggiunta con impegno e competenza.
Perché in estate si privilegiano i recital?
«L'incontro con la parola poetica valorizzata dalla musica ha un fascino speciale che riscuote molto interesse. In questi giorni, per esempio, mi sto dedicando a "Odissea Penelope", in cui il racconto delle vicende mitiche si associa a una presa di posizione al femminile con finale a sorpresa.
La moglie di Ulisse si presenta carica di storia quanto consapevole e autonoma come una donna di oggi. Il pubblico ama recuperare le letture e gli studi del suo passato in chiavi più profonde e attualizzate. Il recital mi consente di alternare proposte differenti nel medesimo periodo e mi sono anche divertita, in qualche occasione, a lavorare su alcuni testi assecondando una vena di scrittrice».
Con suo marito Ugo Pagliai forma un sodalizio che talvolta vi lascia liberi di cimentarvi con esperienze diverse. È una modalità più stimolante?
«L'esigenza di separarci è nata dalla difficoltà di trovare sempre ruoli e spettacoli in grado di accontentare tutti e due senza forzature. Inoltre, ho voluto seguire in questi anni un percorso che cogliesse la figura della donna in vari momenti culturali e sociali. Quando poi ci ritroviamo insieme sul palco è piacevole e sperimentiamo un forte affiatamento».
Come è cambiato il teatro italiano nel corso del tempo?
«Grazie al cielo trovo sempre un pubblico attento e fedele nei miei riguardi. Credo che l'arte scenica sia ancora un'oasi di respiro. C'è però un'assurda tendenza a pensare di poterlo fare facilmente che lo allontana dalla sua natura di rito a cui ricorrere per purificarsi. Gli interessi commerciali inducono a riportare il linguaggio televisivo sul palco e a lavorare con pressappochismo. Mio padre diceva che bisogna sudare per recitare in teatro! L'errore grave è pretendere di raggiungere una vasta quantità di persone, che equivale a inseguire l'audience, mentre lo scopo è acchiappare uno per uno, mirare al cuore del singolo».
Quale pensiero le capita di rivolgere a suo padre? «Rifletto sul suo esempio. Non ho mai avuto consigli diretti da lui: lo guardavo e lo criticavo spesso affinché non sprecasse energia in situazioni inferiori ai suoi straordinari mezzi espressivi. A mio avviso, ha ottenuto meno di quello a cui sarebbe potuto arrivare. Tengo vivo il suo ricordo in un Paese che ha paura della memoria e oltre a mio padre, mi chiedo quanto rimarrebbero delusi gli altri attori illustri della mia famiglia se si risvegliassero ora.
Il teatro per loro era un artigianato, frutto di serietà e passione. È ciò che mi hanno trasmesso e il pubblico lo sa».

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